✕

Saipem dagli scandali alla fusione con Subsea 7

Ascolta l'audio

Nel 2012 la società realizzava 1 miliardo di utile. Poi il declino, tra difficoltà del business e indagini
3 minuti di lettura

MILANO – Giorgia Meloni ha accolto “con grande soddisfazione” la notizia della fusione tra Saipem e Subsea 7, che consentirà “di far nascere la prima azienda globale nel settore dell’ingegneria energetica”. Aggiunge, la presidente del consiglio, che “il futuro gruppo avrà sede in Italia, metterà a fattor comune i punti di forza e rappresenta un’ulteriore testimonianza della solidità e vitalità del Sistema Italia e delle sue eccellenze economiche, produttive e industriali”.

C’è del vero, e forse anche del buono nel varo di un leader 20 miliardi di ricavi, 2 di Mol, 43 di portafoglio ordini e 45 mila addetti, un quinto ingegneri. Ma i numeri dicono altro. Basta aprire i file degli ultimi 15 anni e incrociare dati contabili, grafici di Borsa, gestione delle due aziende, per leggere una realtà meno luminosa e non senza rimpianti per il “Sistema Italia”.

MILANO – Giorgia Meloni ha accolto “con grande soddisfazione” la notizia della fusione tra Saipem e Subsea 7, che consentirà “di far nascere la prima azienda globale nel settore dell’ingegneria energetica”. Aggiunge, la presidente del consiglio, che “il futuro gruppo avrà sede in Italia, metterà a fattor comune i punti di forza e rappresenta un’ulteriore testimonianza della solidità e vitalità del Sistema Italia e delle sue eccellenze economiche, produttive e industriali”.

C’è del vero, e forse anche del buono nel varo di un leader 20 miliardi di ricavi, 2 di Mol, 43 di portafoglio ordini e 45 mila addetti, un quinto ingegneri. Ma i numeri dicono altro. Basta aprire i file degli ultimi 15 anni e incrociare dati contabili, grafici di Borsa, gestione delle due aziende, per leggere una realtà meno luminosa e non senza rimpianti per il “Sistema Italia”.

Bilanci a confronto

La parabola di Saipem

Saipem era già un’azienda globale leader nell’ingegneria energetica. Lo è quasi sempre stata, da poco dopo la nascita nel 1957 come Società Anonima Italiana Perforazioni E Montaggi fino a 15 anni fa. Ancora nel 2012 faceva quasi 1 miliardo di utile, il triplo di oggi, e capitalizzava una decina di miliardi, un multiplo delle rivali europee. Da allora la crescente difficoltà a gestire le commesse marittime – lavori pluriennali dove si anticipano costi miliardari, ognuno dei quali è come un’impresa a sé – le accuse di corruzione con indagini e sanzioni come in Algeria, gli investimenti a debito per rinnovare la flotta hanno minato redditività, quotazione e reputazione di Saipem.

Dal 2013 al 2023 i bilanci hanno chiuso sempre in rosso, da poche centinaia di milioni a 2 miliardi (quasi 5 miliardi le perdite 2017-2021), obbligando a ricapitalizzazioni iperdiluitive per gli azionisti. Nel luglio 2014 il crollo dei prezzi petroliferi, per giunta, ha spinto l’Eni a liberarsi di quello che fu un cardine della sue attività e dell’espansione, anche tecnologica, sui mercati globali.

Fu una delle prime scelte dell’attuale ad Claudio Descalzi e portò benefici finanziari alla casa madre, sgravata di 4,5 miliardi del debito Saipem e messa al riparo dalle sue sbandate contabili (nel 2012 Consob fece perfino correggere i conti, con un tardivo profit warning che fece cadere del 30% Saipem in una seduta). Così Eni poté pagare il dividendo di quell’anno difficile ai soci, tra cui il Tesoro e la Cdp.

Saipem, invece, iniziava l’età adulta in modo complicato: orfana di visione e strategia, piena di attività conglomerate che facevano lievitare i costi e i controlli interni, facile preda, nei mari e in Borsa, delle crisi a catena viste dalla pandemia in poi; e poco protetta dall’inesperienza di Francesco Caio, scelto come ad da Eni e Cdp (rimasti “genitori” di Saipem) e passato come una meteora nel 2021, lanciando l’ennesimo allarme utili, con conseguente aumento di capitale da 2 miliardi, chiusa grazie all’aiuto delle banche del consorzio.

A quel punto Eni e Cdp hanno affidato il riassetto ad Alessandro Puliti, ex dirigente Agip. Il nuovo ad ha rifocalizzato Saipem sulle commesse offshore, frattanto ripartite con gli investimenti delle major post crisi energetica 2022. E ha sfruttato l’esperienza della flotta per diversificare nei progetti eolici, altrettanto gettonati. Così Saipem ha risollevato la capitalizzazione fino a 4,4 miliardi, e conseguito un utile 2024 di 306 milioni con cedole a tre volte le attese. Ma la marginalità, sui 14,5 miliardi di ricavi, resta bassa, specie trattandosi di un business con forti rischi: tanto che Saipem è tra le aziende esposte - per miliardi - sulle garanzie pubbliche di Sace.

Giunge opportuna, quindi, la fusione con Subsea 7, che punta tutto sull’offshore ma ha avuto negli anni una crescita molto più lineare. Proprio la marginalità più alta della rivale, che ha un terzo dei ricavi e metà degli ordini di Saipem ma quasi gli stessi utili, ha portato al sorpasso: 4,6 miliardi in Borsa, e per allinearsi – la fusione è paritetica e i soci delle due aziende avranno il 50% a testa della nuova “Saipem 7” - i norvegesi riceveranno un’extra cedola da 450 milioni.

Gli italiani hanno, è vero, garanzie di governance: il fatto che Eni e Cdp saranno, insieme, le prime azioniste del polo con 10,6% e 6,4%, la scelta di Alessandro Puliti come ad, la sede a Milano (con quotazione anche a Oslo). Tuttavia, è lo stesso comunicato stampa a dire chi avrà le leve operative in “Saipem 7”: dei quattro nuovi business le commesse offshore, che sui dati delle due aziende a settembre conteranno per “circa l’83% del Mol del gruppo”, saranno “incorporate in una società con propria autonomia operativa, denominata Subsea7 e operante con il marchio ‘Subsea7 - a Saipem7 Company’, ed è previsto che sia guidata da John Evans e avrà la propria sede a Londra”. Testa e cuore del futuro polo saranno qui, in mano all’uomo che dal 2020 guida Subsea 7, che tiene il nome della ditta (trattino a parte).

I postumi della gloria

E pensare che nel 2019 l’ad di Saipem Stefano Cao negoziò a lungo, con Subsea 7, una fusione per incorporazione. Perché allora in Borsa, pur ammaccata, Saipem valeva circa il doppio della rivale. Non se ne fece nulla, nel timore che il focus sull’offshore fosse poco consono alla transizione energetica. Poi venne il Covid, e Saipem tornò sott’acqua. Quello che rimane ora entra nel polo di Subsea 7.

Leggi i commenti