Lunedì nero a Wall Street, i dazi di Trump fanno franare anche la Tesla di Musk
di Filippo SantelliROMA – Gli effetti delle politiche di Trump, e l’ipotesi che inchiodino l’economia americana, spaventano Wall Street. Ma la vera domanda, un auspicio per il resto del mondo, è: Wall Street spaventerà Trump?
Ieri i mercati americani hanno chiuso una giornata di pesanti perdite, estendendo una striscia negativa che dura ormai da tre settimane. L’S&P 500 ha lasciato sul campo il 2,7%, l’indice tecnologico Nasdaq il 4%, bruciano mille miliardi di capitalizzazione. Tra i titoli più venduti, in una generale fuga dal rischio e verso il rifugio dei titoli del Tesoro, ci sono proprio le Magnifiche 7 della tecnologia, dominatrici dei listini negli ultimi anni sull’onda della IA–mania. Tesla, la peggiore, lascia sul campo il 15,43%, nel lunedì nero in cui Elon Musk registra un crollo di vendite in Cina, subisce un attacco hacker a X e inizia a misurare i costi della sua discesa in campo MAGA.
ROMA – Gli effetti delle politiche di Trump, e l’ipotesi che inchiodino l’economia americana, spaventano Wall Street. Ma la vera domanda, un auspicio per il resto del mondo, è: Wall Street spaventerà Trump?
Ieri i mercati americani hanno chiuso una giornata di pesanti perdite, estendendo una striscia negativa che dura ormai da tre settimane. L’S&P 500 ha lasciato sul campo il 2,7%, l’indice tecnologico Nasdaq il 4%, bruciano mille miliardi di capitalizzazione. Tra i titoli più venduti, in una generale fuga dal rischio e verso il rifugio dei titoli del Tesoro, ci sono proprio le Magnifiche 7 della tecnologia, dominatrici dei listini negli ultimi anni sull’onda della IA–mania. Tesla, la peggiore, lascia sul campo il 15,43%, nel lunedì nero in cui Elon Musk registra un crollo di vendite in Cina, subisce un attacco hacker a X e inizia a misurare i costi della sua discesa in campo MAGA.
La recessione possibile
Il pessimismo è figlio dell’incertezza assoluta che circonda le decisioni di Trump. I dazi da un lato e la motosega di Musk sui dipendenti del governo federale dall’altro minacciano di rallentare la crescita americana, come suggerisce una sfilza di dati negativi su fiducia e nuovi posti di lavoro. L’indice di previsione della Fed di Atlanta, per quanto un singolo mese possa ingannare, è addirittura precipitato in contrazione. Gli economisti di JPMogan hanno alzato il rischio di recessione per quest’anno al 40%, quelli di Goldman al 20%. E a specifica domanda, Trump non ha negato («detesto prevedere queste cose»), parlando di «periodo di transizione» durante il quale «potrebbe esserci qualche turbolenza».
Si è sempre detto che il presidente è sensibile alla voce di Wall Street. E anche su Main Street gli elettori non vedono la promessa età dell’oro, bensì il ritorno dello spettro inflazione. Le parole del presidente però indicano che è disposto ad accettare nel breve alcuni danni collaterali, per portare avanti la sua strategia di protezionismo commerciale e Stato minimo. Da qui il nuovo tonfo dei mercati, che ha trascinato al ribasso - ma ancora una volta, meno - anche i listini europei: Francoforte, maglia nera, ha perso l’1,7%, Milano lo 0,95%.
Le speranze dell’Europa
Visto dall’Europa e dal resto del mondo, in realtà, il violento sbandamento della locomotiva americana accende una speranza. Che la pressione continui a salire fino a un livello intollerabile anche per Trump, arginando la sua escalation tariffaria e togliendogli armi nel negoziato all’ultimo dazio. Pensare di arginarlo dall’esterno appare molto più difficile. Domani dovrebbero scattare le tariffe al 12% su acciaio e alluminio, antipasto di quelle “reciproche” che colpiranno l’Europa e gli altri partner ad inizio aprile. Ma il Commissario Ue al Commercio Maroš Šef?ovi? ha detto ieri che «l’amministrazione Usa non sembra impegnarsi per un accordo», cioè che un negoziato non è neppure iniziato.
Ieri è arrivata negli Stati Uniti una delegazione tecnica del nostro ministero degli Esteri, guidata dall’ambasciatore Alfredo Conte, che per due giorni avrà incontri con funzionari della Casa Bianca, dell’amministrazione e del Congresso. Il viaggio è “in raccordo” con il gabinetto di Šef?ovi?, dice la Farnesina, attenta a non presentarla come una fuga in avanti. Non è un mistero che il nostro governo aspiri a fare da ponte tra Usa ed Europa. Prima ancora però bisogna capire qualcosa delle reali intenzioni della Casa Bianca.