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Gros (Bocconi): “Se scoppia la bolla tecnologica gli Stati Uniti andranno in recessione”

L'economista Daniel Gros 

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L’economista e professore della Bocconi: “Durante il primo mandato l’andamento di Wall Street non ha influenzato le decisioni di Trump sui dazi. Ma la frenata dell’economia apre spazi per l’Europa”
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ROMA – «C’è un rallentamento dell’economia americana, ma non vedo una recessione», dice l’economista Daniel Gros, direttore dell’Institute for European policymaking all’Università Bocconi. «A meno che non esploda la bolla tecnologica».

Conta più quella dei dazi o del taglio dei dipendenti pubblici orchestrato da Musk?

«A breve i dazi creano incertezza per gli investimenti della manifattura, ma non sono così importanti perché negli Stati Uniti quel settore pesa poco. La paura dei licenziamenti potrebbe invece influire sui consumi, ma al momento quelli effettivi sono pochi. Potrebbero al limite mettere sotto pressione i politici repubblicani al Congresso».

E invece la bolla tecnologica?

«È una settore che ha grandissimo peso nell’economia americ…

ROMA – «C’è un rallentamento dell’economia americana, ma non vedo una recessione», dice l’economista Daniel Gros, direttore dell’Institute for European policymaking all’Università Bocconi. «A meno che non esploda la bolla tecnologica».

Conta più quella dei dazi o del taglio dei dipendenti pubblici orchestrato da Musk?

«A breve i dazi creano incertezza per gli investimenti della manifattura, ma non sono così importanti perché negli Stati Uniti quel settore pesa poco. La paura dei licenziamenti potrebbe invece influire sui consumi, ma al momento quelli effettivi sono pochi. Potrebbero al limite mettere sotto pressione i politici repubblicani al Congresso».

E invece la bolla tecnologica?

«È una settore che ha grandissimo peso nell’economia americana e sta generando investimenti davvero massicci. Se questa manciata di aziende decidono che il ritorno non è adeguato una recessione diventa possibile»

La fine della luna di miele con Wall Street può spingere Trump a rivedere le sue politiche tariffarie?

«Ho appena visto uno studio che mostra che durante il suo primo mandato l’andamento di Wall Street non ha influenzato le decisioni sui dazi. Lui stesso ha detto che sono necessari, anche se provocassero un rallentamento».

I dazi potrebbero anche far aumentare l’inflazione, uno dei fattori che hanno portato tanti elettori a votare Trump.

«Non credo influiranno moltissimo, magari si arresterà la caduta dei prezzi e i tassi resteranno più alti, ma non mi aspetto una fiammata».

Il rallentamento dell’economia americana apre qualche spazio negoziale in più per l’Europa?

«Sì. I dazi restano in parte uno strumento negoziale, qualcosa arriverà ma poi si apriranno delle trattative, intrecciate con altri temi come l’Ucraina. Certo con Trump non si può mai sapere come finirà, l’incertezza sarà con noi a lungo».

Basterà l’incertezza a mandare l’Europa in recessione?

«No, perché se è vero che gli Stati Uniti sono importanti, l’export verso quel mercato vale solo una frazione del nostro Pil».

Il futuro dell’Europa ruota attorno alla svolta tedesca su difesa e debito. Quanto è sostanziale?

«Quella sulla difesa lo è, e rappresenta un’opportunità per l’Europa. Quella sul debito invece è molto legata ad equilibri politici interni, che non sono ancora definiti».

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