Nessuno salva Northvolt, la speranza europea delle batterie in bancarotta
di Filippo SantelliL’azienda svedese Northvolt, grande speranza europea di competere con i campioni cinesi nella produzione di batterie al litio, getta la spugna e dichiara bancarotta. La procedura di liquidazione è stata avviata mercoledì e segna l’epilogo di un rapidissimo e stupefacente collasso industriale, per la startup che aveva raccolto più investimenti in Europa, sia privati che pubblici, e fino a un anno fa annunciava la costruzione di nuovi impianti in Germania e Canada.
“E’ un giorno incredibilmente difficile per tutti noi, ci eravamo proposti di fare qualcosa di rivoluzionario”, ha detto Tom Johnstone, presidente ad interim della società. Ora toccherà a un curatore fallimentare gestire la vendita degli asset, soprattutto dell’unico stabilimento operativo a Skellefteå, a ridoss…
L’azienda svedese Northvolt, grande speranza europea di competere con i campioni cinesi nella produzione di batterie al litio, getta la spugna e dichiara bancarotta. La procedura di liquidazione è stata avviata mercoledì e segna l’epilogo di un rapidissimo e stupefacente collasso industriale, per la startup che aveva raccolto più investimenti in Europa, sia privati che pubblici, e fino a un anno fa annunciava la costruzione di nuovi impianti in Germania e Canada.
“E’ un giorno incredibilmente difficile per tutti noi, ci eravamo proposti di fare qualcosa di rivoluzionario”, ha detto Tom Johnstone, presidente ad interim della società. Ora toccherà a un curatore fallimentare gestire la vendita degli asset, soprattutto dell’unico stabilimento operativo a Skellefteå, a ridosso del Circolo Polare Artico.
Dalle stelle alle stalle
Fondata nel 2016 da due ex manager di Tesla, Peter Carlsson e l’italiano Paolo Cerruti, Northvolt aveva attirato attenzioni e ben 15 miliardi di investimenti con il suo progetto di una produzione europea ed ecologica di batterie. Tra i sostenitori colossi del settore come Volkswagen, principale azionista, ma anche giganti degli affari come Goldman Sachs e Blackrock, oltre che la Banca europea per gli investimenti. Il suo stabilimento di Skellefteå era diventato il pittoresco simbolo dell’ambizione di autonomia strategica europea, e a fronte di generosi incentivi statali l’azienda ne avrebbe dovuti costruire altri in Germania e Canada. L’anno scorso però crisi del mercato delle auto elettriche però ha cambiato radicalmente il clima. E soprattutto fatto emergere dei clamorosi problemi manageriali e industriali, con una produzione che di fatto non era mai partita (oltre che dipendere da macchinari e tecnici cinesi), assenza di competenze e scarsa sicurezza.
Il salvataggio fallito
Dopo aver licenziato il 20% della forza lavoro, e chiuso tutti i progetti non essenziali, lo scorso novembre la società ha aperto una procedura di bancarotta Chapter 11 negli Stati Uniti, che dà al management qualche mese per cercare nuovi finanziatori per un piano di rilancio. Salvataggio in extremis che però non è riuscito.
Quel che resta di Northvolt
L’azienda ha ancora 5 mila dipendenti. Il curatore dovrà ora chiarire se l’attività potrà in qualche modo continuare, ma soprattutto cercare degli acquirenti per i singoli asset di Northvolt. A febbraio Scania, suo azionista e principale cliente, aveva acquistato la divisione batterie industriali, operazione con cui ha dichiarato di voler procedere, ma non si è espressa su un eventuale interesse per l’intero business. Northvolt Germania e Northvolt Nord America, società separate che stanno portando avanti la costruzione delle due nuove gigafactory, non sarebbero coinvolte nella bancarotta e dovrebbero in teoria proseguire le attività.