Vino, l’ad di Argea: “Con un dazio al 200% impossibile reagire. Bisogna trattare”
di Raffaele RicciardiMILANO – “Di un dazio al 200 per cento non vale neanche la pena di ragionare: sarebbe una barriera tale da impedire di approcciare il mercato americano, non perderei neanche tempo a studiare strategie per affrontarla”. Massimo Romani è l’amministratore delegato di Argea, il primo gruppo privato del vino in Italia. Di proprietà al 60% del fondo Clessidra, ha ricavi per 465 milioni di euro frutto del lavoro di otto cantine acquisite nel tempo (con le rispettive famiglie proprietarie che sono entrate nella compagine sociale) e 170 milioni di bottiglie vendute. Soprattutto all’estero, da dove proviene il 90% del fatturato. E soprattutto nel Nord America, dove gli States sono il primo mercato: valgono il 30% degli affari complessivi. Non a caso, Argea lì ha anche acquisito lo storico importatore WinesU.
Dura pensare alla chiusura del canale con gli Usa…
"E’ vero per noi, ma anche per tutto il vino italiano. Il sistema ha segnato 2 miliardi di export verso gli Stati Uniti, su 8 totali. In u…
MILANO – “Di un dazio al 200 per cento non vale neanche la pena di ragionare: sarebbe una barriera tale da impedire di approcciare il mercato americano, non perderei neanche tempo a studiare strategie per affrontarla”. Massimo Romani è l’amministratore delegato di Argea, il primo gruppo privato del vino in Italia. Di proprietà al 60% del fondo Clessidra, ha ricavi per 465 milioni di euro frutto del lavoro di otto cantine acquisite nel tempo (con le rispettive famiglie proprietarie che sono entrate nella compagine sociale) e 170 milioni di bottiglie vendute. Soprattutto all’estero, da dove proviene il 90% del fatturato. E soprattutto nel Nord America, dove gli States sono il primo mercato: valgono il 30% degli affari complessivi. Non a caso, Argea lì ha anche acquisito lo storico importatore WinesU.
Dura pensare alla chiusura del canale con gli Usa…
"E’ vero per noi, ma anche per tutto il vino italiano. Il sistema ha segnato 2 miliardi di export verso gli Stati Uniti, su 8 totali. In un mercato piatto, i prodotti italiani sono riusciti a guadagnare quote: i consumatori stanno premiando la nostra qualità”.
Quanto costa una vostra bottiglia al consumatore americano?
"Non produciamo e vendiamo i cosiddetti “fine wines”, siamo nella fascia precedente: parliamo bottiglie da 15-20 dollari. Abbiamo prodotti sopra i 30 dollari, ma rappresentano una piccola percentuale delle nostre vendite. Il vino italiano sconta ancora un ritardo di prezzo nel mondo rispetto a competitor come la Francia, ma il percorso di “premiumizzazione” dei prodotti è lungo”.
Cosa comporterebbero i dazi Usa per voi?
"La catena del valore su quel mercato è complessa. Un mercato cosiddetto “three-tier” in cui operano importatori, distributori e retailer. Un dazio al 25% sarebbe molto complesso da gestire, perché arriverebbe dopo un lungo periodo di iper-inflazione nel quale i prezzi allo scaffale e le carte dei ristoranti hanno subito importanti rincari. Sarebbe difficile da metabolizzare. Se fosse al 10%, dovremmo lavorare per spalmarlo su questa lunga filiera e cercare di risparmiare il consumatore. Ovviamente ci sarebbero conseguenze sui volumi”.
Trump dice che farà bene ai loro produttori…
"Non capisco come possa affermare di poter produrre Doc, Docg o simili che hanno una caratteristica territoriale indissolubile. Pensare di produrre Champagne negli Stati Uniti è un controsenso! I produttori locali sono famosi per grandi vini rossi: come i cabernet della Napa Valley. Ma lavorano su vitigni internazionali e a prezzi molto alti. Il problema è che per il vino, ma per tutto l’agroalimentare, la componente locale è fondamentale: vale per i nostri prodotti e per quelli che vengono dall’estero. Dalla discussione geopolitica questo elemento sfugge: si pensa solo a grandi quantità e volumi, non a qualità e territorialità”.
Se il braccio di ferro con gli Usa peggiorasse, pensa a geografie alternative per le sue bottiglie?
"Alcuni mercati possono funzionare, ma in prima battuta per i “fine wines”. Sostituire gli Usa non è facile e mi auguro non sia necessario. Le alternative vanno cercate per recuperare qualche perdita di volume, ma non sono tutte “pronte”. Negli Usa sono stati necessari anni di “educazione” dei consumatori sui prodotti italiani: non ci sono bacchette magiche”.
I produttori francesi accusano l’Europa di avere esposto il settore a causa dei dazi sul bourbon. Che ne pensa?
"I dazi non sono mai un’idea felice. Credo che quella di Trump sia una sparata per negoziare. Anche l’Europa deve negoziare, nell’interesse delle nostre aziende. Dopo un periodo inflazionistico così duro per le famiglie, da una guerra del genere non ne escono vincitori. Mi auguro che l’Europa usi la forza dell’insieme delle sue economie, ma per negoziare a tutti i costi”.