ROMA – A pagare il prezzo più salato della guerra dei dazi innescata da Trump potrebbero essere 23 mila aziende italiane che Istat definisce “vulnerabili” nei confronti della domanda estera. Rappresentano solo lo 0,5% del totale delle imprese nostrane. Ma non sono irrilevanti perché impiegano 415 mila addetti, generano 36 miliardi di valore aggiunto ed esportano 87 miliardi di prodotti. Soprattutto nella manifattura: dai mezzi di trasporto agli autoveicoli, dagli articoli in pelle ai macchinari.
Sbilanciati verso Usa e Germania
A fare questo conto è l’Istat nel suo 13esimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Va detto intanto che solo una parte di queste 23 mila aziende ha gli Stati Uniti come primo mercato di sbocco. Si tratta di 3 mila impres…
ROMA – A pagare il prezzo più salato della guerra dei dazi innescata da Trump potrebbero essere 23 mila aziende italiane che Istat definisce “vulnerabili” nei confronti della domanda estera. Rappresentano solo lo 0,5% del totale delle imprese nostrane. Ma non sono irrilevanti perché impiegano 415 mila addetti, generano 36 miliardi di valore aggiunto ed esportano 87 miliardi di prodotti. Soprattutto nella manifattura: dai mezzi di trasporto agli autoveicoli, dagli articoli in pelle ai macchinari.
Sbilanciati verso Usa e Germania
A fare questo conto è l’Istat nel suo 13esimo Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Va detto intanto che solo una parte di queste 23 mila aziende ha gli Stati Uniti come primo mercato di sbocco. Si tratta di 3 mila imprese, quasi il 10% di chi esporta in Usa, che vendono agli americani 10 miliardi di prodotti: soprattutto farmaceutici, meccanici come turbopropulsori, gioielleria, beni alimentari (vino e oli) e mobili.
Ce ne sono poi altre 2.800 molto sbilanciate verso la Germania (l’8% di quante vendono lì): Paese al terzo anno di recessione, i primi due sono costati all’Italia quattro decimi di Pil, quasi 9 miliardi. Esportano 13,6 miliardi di beni, soprattutto componentistica auto, gas, materiale elettrico (fili e cavi), prodotti in metallo (viti e bulloni) e alluminio (barre e profilati) che potrebbero essere colpiti in modo indiretto dai dazi Usa proprio su metallo e alluminio.
Il costo del caos globale
Tra impatti diretti e indiretti, il caos globale indotto dalla ventata protezionistica mondiale in atto e dalle misure di ritorsione tra Paesi impatterebbe su tutte e 23 mila le imprese italiane. Istat le definisce “vulnerabili” perché hanno un numero limitato di mercati di sbocco e di prodotti esportati, ma un’incidenza rilevante delle loro esportazioni sul fatturato. La vulnerabilità italiana in questi anni è aumentata, più della Germania. E soprattutto il peso degli Stati Uniti, cresciuto tra 2019 e 2024 in 14 settori su 22. L’anno scorso Germania, Usa e Francia coprivano oltre un terzo dell’export della manifattura italiana. Se consideriamo i primi 10 prodotti esportati verso Usa e Germania, c’è più concentrazione verso gli Usa (52% contro 42%).
Anche per colpa delle barriere nel mercato Ue (tre volte quelle degli Usa, come evidenziato anche dal rapporto Draghi sulla competitività), le imprese europee sono molto squilibrate verso i mercati extra Ue. Questo aumenta sia la dipendenza che la vulnerabilità. Nel 2024 l’Italia era il terzo Paese con la quota di commercio extra Ue più elevata dopo Cipro e Irlanda. Esposta come la Germania (oltre il 10%), più della media europea (8%). L’avanzo commerciale di Germania e Italia insieme (86 miliardi e 35 miliardi, rispettivamente) verso gli Usa vale il 70% dell’avanzo totale Ue. Il legame dell’Italia con americani e tedeschi e quello dei tedeschi con gli americani appare un nodo scorsoio per la nostra economia.
La doppia vulnerabilità
Spiega Istat che esiste anche una doppia vulnerabilità. Non solo all’export, ma anche all’import. Coinvolge 4.600 imprese, lo 0,1% del totale. Ma più grandi delle vulnerabili dalla domanda estera, con 400 mila addetti (in media 87 addetti ad azienda contro i 18 delle vulnerabili all’export), 47 miliardi di valore aggiunto e 116 miliardi di prodotti importati che risentirebbero dell’esaurirsi di fonti estere. Soprattutto farmaceutico, legno, cook e chimica.
Un’impresa è vulnerabile all’import se importa da pochi mercati di origine, pochi prodotti compresi gli “Fdp” scarsi e poco sostituibili, ma importa per una quota rilevante dei suoi costi intermedi. Il primo Paese che ci rende vulnerabile all’import è la Germania con 900 imprese esposte e 25 miliardi importati e molti Fdp (343) nella farmaceutica, nell’auto e nella metallurgia. Il secondo Paese è la Cina: 780 imprese vulnerabili che importano 5 miliardi. La Cina è il primo fornitore di beni Fdp extra Ue (91, prodotti meccanici e filati su tutti).
La doppia vulnerabilità italiana – all’esterno e all’interno – può diventare anche sistemica e far saltare intere filiere. Quelle più esposte, rileva Istat, sono i mezzi di trasporto su gomma per l’export e l’energia per l’import. E se per ora il sistema italiano ha retto, lo scenario innescato dalle nuove politiche di Trump può far saltare tutti gli schemi.