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“Womenomics”, il segreto di un'economia forte sono le donne

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Le aziende con donne in almeno il 15% del senior management riportano profitti superiori del 50% L’Italia ha il 43,1% di donne nei cda delle società quotate che operano nel settore finanziario e assicurativo
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ROMA – Puntare sulle donne per migliorare la salute dell’economia. Tra i Paesi che praticano questo mantra – e quelli che non lo fanno e poi se ne pentono –non sembrano esserci dubbi: le donne aiutano ad essere più ricchi. Diversi studi dimostrano come lo sfruttare talenti femminili porta benefici diretti alle aziende. Le aziende con donne in almeno il 15% del senior management riportano profitti superiori del 50% rispetto a quelle con donne in meno del 10% dei ruoli di leadership, secondo uno studio condotto da Credit Suisse.

Il confronto Giappone Usa al femminile

Il Financial Times – viceversa – racconta come per comprendere l'impatto della perdita di partecipazione femminile alla forza lavoro in America, conviene dare un'occhia…

ROMA – Puntare sulle donne per migliorare la salute dell’economia. Tra i Paesi che praticano questo mantra – e quelli che non lo fanno e poi se ne pentono –non sembrano esserci dubbi: le donne aiutano ad essere più ricchi. Diversi studi dimostrano come lo sfruttare talenti femminili porta benefici diretti alle aziende. Le aziende con donne in almeno il 15% del senior management riportano profitti superiori del 50% rispetto a quelle con donne in meno del 10% dei ruoli di leadership, secondo uno studio condotto da Credit Suisse.

Il confronto Giappone Usa al femminile

Il Financial Times – viceversa – racconta come per comprendere l'impatto della perdita di partecipazione femminile alla forza lavoro in America, conviene dare un'occhiata al Giappone. Bassi tassi di natalità, tassi di immigrazione prossimi allo zero e il sottoutilizzo delle capacità delle donne sono stati i principali motori di tre decenni di stagnazione economica. Tra il 2000 e il 2022, la produttività del lavoro in Giappone è scesa da circa il 70% di quella americana a solo il 58%. Nel 2013, il Primo Ministro Shinzo Abe ha lanciato un piano economico, “womenomics”, mirato a invertire questa tendenza ottenendo una maggiore partecipazione femminile nel mercato del lavoro. Ma fino ad oggi, womenomics ha avuto successo solo in parte. Mentre più donne giapponesi lavorano, quasi la metà ha lavori part-time o temporanei. Il divario retributivo di genere in Giappone si attesta a un sorprendente 32%. Gli Stati Uniti affrontano numeri simili che potrebbero portare alla stagnazione. Si prevede che la crescita della popolazione rallenterà allo 0,25 percento nel 2038. Si prevede che l'immigrazione diminuirà nei prossimi anni. E le donne rimangono sotto rappresentate nella forza lavoro a ogni livello, in ogni fascia d'età e in quasi ogni settore. La partecipazione delle donne americane alla forza lavoro è del 57 percento, rispetto al 68 percento degli uomini. Si tratta di una differenza di 11 punti, nonostante le donne costituiscano metà della popolazione. Il divario esiste a ogni età. Peggio ancora, per i lavoratori nei loro anni più produttivi (età 25-54) la partecipazione delle donne negli Stati Uniti è stagnante ed è inferiore a quella del Giappone.

Il divario di leadership femminile negli Usa

Il divario di leadership negli Stati Uniti è ancora più pronunciato. Le donne conseguono il 59% delle lauree universitarie, ma rappresentano solo l'11% dei Ceo di Fortune 500. Se la partecipazione femminile alla forza lavoro negli Stati Uniti raggiungesse i livelli più alti visti in altri paesi del G7, ci sarebbero circa 7 milioni di donne in più nella forza lavoro e l’economia potrebbe crescere di un ulteriore 4,2%. Si tratta di una spinta significativa, dato che l'economia statunitense è cresciuta meno del 2% all'anno, in media, dal 2015.

L’Italia sul podio

Va decisamente meno male in Italia dove, con il 43,1% di donne nei cda delle società quotate che operano nel settore finanziario, il nostro paese è secondo soltanto a Francia (47,9%) e Spagna (45,1%) per quanto attiene alla rappresentanza femminile nei consigli di amministrazione. A fotografare la situazione è l'EY European financial services boardroom monitor (che monitora semestralmente l'esperienza e la formazione dei membri dei cda delle istituzioni finanziarie e assicurative comprese nell'Msci European Financials Index). A pari merito i Paesi Bassi (43,1%), seguono Germania (40%), Belgio (38,5%) e Svizzera (37,8%). Nell'analisi emerge che i consigli di amministrazione italiani dei player del settore finanziario e assicurativo stanno evolvendo e si preparano ad affrontare le sfide legate all'innovazione tecnologica e alla sostenibilità, integrando al proprio interno specifiche competenze in materia. Negli ultimi anni, nei Paesi europei si è registrata una crescita generale della remunerazione dei membri dei consigli di amministrazione. In Italia, la remunerazione mediana è aumentata passando dai 150.323 dollari del 2019 ai 173.894 dollari del 2023, dato che colloca il nostro Paese in una posizione intermedia rispetto alle altre economie del continente. Mentre in Svizzera oggi la remunerazione mediana raggiunge i 338.621 dollari, seguita da Spagna (252.570) e Regno Unito (199.856), in altri Paesi, come Belgio (110.534) e Francia (83.941), si attesta su livelli più bassi.

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