La “grande bellezza” entra nei conti dello Stato
di Irene Maria ScaliseLa “Grande bellezza” iscritta in bilancio? Non è fantasia. Dal 2026 si assisterà alla valutazione del patrimonio culturale sottoposto a vincolo ministeriale, secondo l’effettivo valore d’uso. In pratica, con la riforma abilitante prevista dal Pnrr (misura 1.15), che introduce un sistema unico di contabilità economico-patrimoniale per le pubbliche amministrazioni denominato Accrual, cambia anche il trattamento contabile dei beni del patrimonio artistico e culturale italiano. Cosa significa di fatto? Si consolida l’idea del bello come strumento per la crescita sostenibile e il miglioramento della qualità della vita.
Framework per la stima del valore d’uso
La prospettiva temporale
Per capire l’importanza del cambiamento bisogna fare prima due conti. L’Italia detiene circa il 40% del patrimonio artistico mondiale. Secondo un recente studio di Banca Ifis, l’ecosistema italiano della bellezza contribuisce per il 26,1% al Pil…
La “Grande bellezza” iscritta in bilancio? Non è fantasia. Dal 2026 si assisterà alla valutazione del patrimonio culturale sottoposto a vincolo ministeriale, secondo l’effettivo valore d’uso. In pratica, con la riforma abilitante prevista dal Pnrr (misura 1.15), che introduce un sistema unico di contabilità economico-patrimoniale per le pubbliche amministrazioni denominato Accrual, cambia anche il trattamento contabile dei beni del patrimonio artistico e culturale italiano. Cosa significa di fatto? Si consolida l’idea del bello come strumento per la crescita sostenibile e il miglioramento della qualità della vita.
Framework per la stima del valore d’uso
La prospettiva temporale
Per capire l’importanza del cambiamento bisogna fare prima due conti. L’Italia detiene circa il 40% del patrimonio artistico mondiale. Secondo un recente studio di Banca Ifis, l’ecosistema italiano della bellezza contribuisce per il 26,1% al Pil complessivo del Paese. «La prima cosa che cambia nella valutazione di un’opera o bene culturale – spiega Andrea Biekar, dottore commercialista e ceo di Mira Pa del gruppo Maggioli – è la prospettiva temporale. Tradizionalmente, il parametro di valorizzazione è stato basato sul costo storico, cioè sulle spese sostenute per manutenzione o costruzione delle opere culturali. Con il sistema Accrual, invece, ci si chiederà quali flussi di cassa saranno generati nel lungo periodo (almeno 15-20 anni)». Da un punto di vista economico e politico, si tratta di un balzo notevole. Non importa più soltanto quanto costa una scelta amministrativa, ma occorre spiegare quali entrate e uscite genererà. Inoltre, precisa Biekar: «Nelle entrate bisogna distinguere tra dirette e indirette. Le entrate dirette derivano da eventuali affitti, biglietti o merchandising, mentre quelle indirette sono legate all’indotto, come attrazione di parcheggi, ristoranti e hotel».
Gli esempi dal Colosseo a Pompei
«Il patrimonio culturale rappresenta una categoria speciale – continua Biekar – sia per il suo valore simbolico e storico sia per le sfide economiche della sua gestione. Ad esempio, la conservazione di monumenti come il Colosseo o il sito archeologico di Pompei richiede continui investimenti in manutenzione, ma tali costi possono essere compensati dalle entrate turistiche». Il patrimonio culturale viene classificato in operativo (beni utilizzati direttamente per erogare servizi pubblici) e non operativo (beni non direttamente utilizzati, ma conservati per il loro valore intrinseco). Un esempio concreto: «Il Colosseo è un bene non operativo perché, oltre alle visite turistiche, non è possibile utilizzarlo per altre funzioni pubbliche». Diverso è il caso di un palazzo storico che, oltre alla funzione artistica, può essere adibito a biblioteca comunale o sede di uffici, divenendo così classificabile come bene operativo. Come si effettua la valutazione iniziale del patrimonio culturale? «Sono tre i principali criteri – aggiunge Biekar – il valore di mercato, applicabile quando esistono parametri comparabili (come opere d’arte vendute all’asta); il costo di sostituzione, utile per beni operativi (ad esempio una nuova biblioteca); e infine, il valore d’uso, basato sui benefici economici o sociali generati dal bene (numero di visitatori, biglietti venduti)». Secondo un esempio citato nei principi contabili Accrual, il valore d’uso della Galleria Borghese potrebbe avvicinarsi al miliardo di euro. Potranno essere rivalutati beni come il Castello Sforzesco di Milano, gli ex conventi umbri, il Museo Egizio di Torino, il teatro antico di Taormina, ma anche gioielli nascosti come il Castello di Paolo e Francesca e tanti piccolo borghi. Inserire nel bilancio pubblico il valore d’uso dei beni aiuterà a far conoscere il valore pubblico e la sostenibilità delle scelte politiche.
La sfida
Ma non c’è solo la grande bellezza conosciuta. «Incorporare nella contabilità dello Stato il patrimonio culturale è una sfida straordinaria - aggiungono Alessandra Oppio, docente di estimo del Politecnico di Milano, e Fabiana Forte, docente di estimo dell’Università della Campania - soprattutto in riferimento alla questione della valutazione degli intangibili. A un’idea di patrimonio culturale come determinante dello sviluppo in una prospettiva di ripresa, dovrebbe quindi corrispondere un diverso quadro contabile teorico di riferimento, all’interno del quale riuscire a rappresentare flussi di benessere e qualità della vita, non più incentrati sulla sola valutazione di aspetti di natura economico-finanziaria. Certamente la sfida più impegnativa sta nel cercare di esplicitare e rendere maggiormente operativa l’addizionalità dei valori intangibili, soprattutto nei centri minori perlopiù tagliati fuori dai grandi circuiti internazionali della tutela e della valorizzazione. In queste realtà spesso il patrimonio culturale esprime soprattutto valori di non uso, valori in sé. Ed è proprio il caso, tutto da sperimentare, che le componenti valoriali meritano di essere espresse nella maniera più oggettiva».