La persona più vicina al suo Mario Draghi che il Canada potesse trovare, magari con l’hockey al posto del basket, e più lontana possibile da Donald Trump. Perché la biografia del nuovo premier Mark Carney traccia la storia di un economista serio e preparato, ma appassionato al servizio pubblico, nonché attento a certe cause tipo la protezione dell’ambiente, che il capo della Casa Bianca considera un imbroglio, se non un peccato mortale.
Cattolico e cittadino Ue
Carney è nato sessanta anni fa a Fort Smith, nei Northwest Territories, non troppo lontano dal Circolo polare artico. I suoi nonni erano immigrati dall’Irlanda, da cui ha ereditato la fede cattolica e la cittadinanza europea, conservata finora insieme a quella britannica. Il padre faceva il preside…
La persona più vicina al suo Mario Draghi che il Canada potesse trovare, magari con l’hockey al posto del basket, e più lontana possibile da Donald Trump. Perché la biografia del nuovo premier Mark Carney traccia la storia di un economista serio e preparato, ma appassionato al servizio pubblico, nonché attento a certe cause tipo la protezione dell’ambiente, che il capo della Casa Bianca considera un imbroglio, se non un peccato mortale.
Cattolico e cittadino Ue
Carney è nato sessanta anni fa a Fort Smith, nei Northwest Territories, non troppo lontano dal Circolo polare artico. I suoi nonni erano immigrati dall’Irlanda, da cui ha ereditato la fede cattolica e la cittadinanza europea, conservata finora insieme a quella britannica. Il padre faceva il preside di scuola e la madre la casalinga, prima di tornare all’università per completare gli studi e dedicarsi all’insegnamento: «La nostra casa - racconta lui - era piena di libri, e la sera facevamo sempre lunghe discussioni sulle notizie del giorno». La mattina invece la mamma preparava la colazione per i quattro figli: «Se erano cereali, voleva dire che faceva caldo; se era porridge, significava che fuori c’erano meno 25 gradi».
Dall’hockey a Goldman
Non per niente Mark si era appassionato all’hockey, sport nazionale canadese, dove giocava in porta. «Non benissimo», ammette adesso lui, ma abbastanza bene per diventare il goalie di riserva nella squadra dell’università di Harvard, dove era arrivato con una borsa di studio parziale, dopo aver frequentato le superiori dai gesuiti della St. Francis Xavier School. Il suo piano originario era studiare letteratura, ma dopo aver sentito le lezioni del professore canadese Kenneth Galbraith, già consigliere di John Kennedy, si era appassionato all’economica.
L’accademia era la meta da raggiungere, come dimostrano il master e il dottorato presi poi ad Oxford, ma ancora una volta la vita si era messa di mezzo, prospettandogli un lucroso incarico con Goldman Sachs. Occasione perfetta con cui ripagare i debiti contratti per studiare e costruirsi una famiglia con la moglie Diana Fox, anche lei economista britannica, ma specializzata nei temi dello sviluppo. Quattro figlie dopo, come ti aspetteresti da un buon irlandese, stanno ancora insieme e coltivano l’interesse comune per i numeri messi al servizio del bene sociale.
Carney alla lunga si era stancato di Bay Street, centro finanziario di Toronto dove era tornato a vivere dopo Londra, New York e Tokyo, perché voleva far nascere le figlie in Canada. Lo trovava troppo materialistico. Nel frattempo aveva attirato l’attenzione del governatore della Banca del Canada, David Dodge, che prendendolo a 38 anni aveva confidato agli amici: «Ho appena assunto il mio successore». Così a 42 anni Mark si era ritrovato ad essere il più giovane leader di una banca centrale del G7, proprio mentre scoppiava la crisi finanziaria del 2008. L’esperienza maturata con Goldman Sachs, creatrice di molti derivati al centro del disastro, lo aveva aiutato a capire rapidamente cosa stava accedendo e come correre ai riparti. Tra le altre cose, aveva abbassato i tassi prima degli altri, favorito i prestiti usando la liquidità della banca centrale, e creato la “conditional interest-rate guarantee”, promessa di mantenere il costo del denaro basso per un periodo esteso di tempo. I canadesi magari ne avevano approfittato, facendo troppi debiti, ma il paese era uscito dalla crisi prima e meglio di tanti altri.
Uno straniero a Londra
Da qui l’ex studente di Oxford era passato alla Bank of England, primo governatore con passaporto straniero. In vista della Brexit aveva avvertito che avrebbe provocato una recessione e danni di lungo termine, attirandosi le critiche di chi gli intimava di non impicciarsi della politica, ma poi aveva lavorato per gestirla col maggior grado di normalità possibile, oltre a dover affrontare pure gli effetti economici dell’emergenza Covid. Le sue posizioni, insieme al carattere e alla formazione, non potrebbero essere più distanti da quelle di Trump. Durante la protesta di Occupy Wall Street l’aveva definita «completamente costruttiva», perché attirava l’attenzione sul problema ineludibile non più procrastinabile delle disuguaglianze economiche globali. Nel 2019, nel corso del simposio annuale organizzato dalla Federal Reserve a Jackson Hole, aveva criticato l’uso del dollaro come «currency of choice», ossia moneta di riserva mondiale, suggerendo soluzioni per rimpiazzarlo. Poco dopo era stato nominato United Nations Special Envoy on Climate Change, inviato speciale dell’Onu per raccogliere i finanziamenti necessari a contrastare i cambiamenti climatici.
Carney però ha la capacità di dialogare con gli avversari, come dimostra il fatto che è stato il padrino del figlio di Chrystia Freeland, ex ministra delle Finanze canadese con cui si è scontrato per prendere il posto del premier dimissionario Trudeau. Vedremo ora se riuscirà a farlo anche con Trump, che con le sue minacce lo sta aiutando a vincere le elezioni, in programma forse già a fine aprile per restare in carica. Nel frattempo l’ha avvertito che «il Canada non diventerà mai parte degli Usa». Lo ha sfidato nella guerra dei dazi e snobbato nel primo viaggio all’estero, visitando invece Francia, Gran Bretagna e territori Inuit, ossia le tre componenti originali del paese. Infine ha teso la mano: «Sono pronto a parlare con Trump, quando la smetterà di insultarci».