ROMA – L’incertezza che da tempo affligge le imprese, e che la rielezione di Trump ha fatto impennare, inizia a pesare anche sulla loro propensione a innovare. Lo mostrano le domande di brevetti depositate nel 2024 allo European patent office (Epo), l’organo europeo deputato a registrarli, che dopo tre anni smettono di crescere (-0,1%, 199 mila). Quelle delle imprese italiane poi, che l’anno precedente avevano sfondato quota 5 mila, segnano un calo del 4,5%, tra i peggiori nel gruppo dei grandi Paesi, fermandosi a 4.853. Un campanello d’allarme per la competitività del made in Italy: nella classifica dell’Epo siamo undicesimi, dietro a colossi tecnologici come Stati Uniti, Germania e Cina, e diciannovesimi quando si considera la popolazione, dietro anche ad Austria, Belgio o Giappone.
ROMA – L’incertezza che da tempo affligge le imprese, e che la rielezione di Trump ha fatto impennare, inizia a pesare anche sulla loro propensione a innovare. Lo mostrano le domande di brevetti depositate nel 2024 allo European patent office (Epo), l’organo europeo deputato a registrarli, che dopo tre anni smettono di crescere (-0,1%, 199 mila). Quelle delle imprese italiane poi, che l’anno precedente avevano sfondato quota 5 mila, segnano un calo del 4,5%, tra i peggiori nel gruppo dei grandi Paesi, fermandosi a 4.853. Un campanello d’allarme per la competitività del made in Italy: nella classifica dell’Epo siamo undicesimi, dietro a colossi tecnologici come Stati Uniti, Germania e Cina, e diciannovesimi quando si considera la popolazione, dietro anche ad Austria, Belgio o Giappone.
L’Europa insegue
«In un contesto economico e geopolitico di grande incertezza non ci sorprende vedere questi risultati», dice Roberta Romano-Götsch, la dirigente di Epo responsabile per i temi della Sostenibilità. Il rallentamento nelle domande di brevetto in effetti è generale: perfino quelle dalla Cina, che ne ha fatto una priorità nazionale, lo scorso anno sono cresciute solo dello 0,5%. Fa eccezione tra i big la Corea del Sud, a +4,2%, con il suo campione dell’elettronica Samsung che supera la cinese Huawei al vertice della classifica delle aziende più attive nella difesa della proprietà intellettuale. Seguono l’altra coreana LG e le due americane Qualcomm (chip) e Rtx (difesa). Le prima europee, Siemens (automazione industriale), Basf (chimica) e Ericsson (telecomunicazioni), arrivano dopo.
Samsung batte Italia
In questo campionato di giganti l’Italia paga l’assenza di grandi aziende. Per il terzo anno consecutivo si conferma leader tricolore la bolognese Coesia, tecnologie per il packaging, davanti a Ferrari e Iveco. Ma con le sue 167 richieste arriva staccatissima: la sola Samsung, oltre 5mila, ha presentato più domande di brevetto dell’intero made in Italy. Anche lo spaccato di settore aiuta a spiegare le debolezze del nostro Paese. Competiamo nella robotica e nei trasporti, ma siamo del tutto assenti nelle “computer technologies”, chip e affini, prima voce in assoluto e centro della sfida tecnologica globale. E siamo deboli in energia e apparati elettrici, altro settore caldissimo.
L’Unione dei brevetti
Un aspetto positivo per l’Italia, sottolinea Romano-Götsch, viene dall’incidenza dei cosiddetti brevetti unitari, procedura semplificata introdotta nel 2023 che garantisce la protezione della proprietà intellettuale in 18 Paesi europei aderenti con un unico foro competente a dirimere eventuali controversie. «Sul totale delle richieste arrivate all’Epo, quelle di brevetto unitario sono il 25,6%, ma per Italia si arriva al 44%, il dato più alto». Si sale ancora, oltre la metà, per piccole imprese e università, attratte dai minori costi e oneri burocratici. «Il brevetto unitario è una chiave per creare il mercato unico della tecnologia di cui parlano Draghi e Letta», dice la dirigente di Epo.
In compenso l’Italia è sempre in enorme ritardo nell’innovazione che viene da istituti di ricerca e università. Mentre il Commissariato francese all’energia atomica o il Fraunhofer tedesco superano le 500 richieste di brevetto, l’Istituto italiano di tecnologia, primo del nostro Paese, è a 32. E il Politecnico di Milano, nostro primo ateneo, ne ha presentate 24, un quarto del Politecnico di Losanna, primo in Europa. Segno di una ricerca che non riesce a trasferirsi al mercato.