Terre rare solo dal riciclo, l’Italia non va in miniera
di Filippo SantelliROMA – C’è il progetto di Glencore per convertire al riciclo delle batterie una parte del deserto industriale di Portovesme, in Sardegna. Quello di un’altra multinazionale, la belga Solvay, per recuperare il palladio nello storico impianto chimico di Rosignano, in Toscana. Quello di un’azienda italiana consolidata, Itelyum regeneration, per estrarre terre rare da rifiuti elettronici a Frosinone. E quello di una startup padovana, Circular Materials, che vuole costruire cinque impianti per recuperare metalli pesanti dagli scarti liquidi delle industrie. Sono le quattro bandierine italiane tra i 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione nel suo piano di autonomia nelle materie prime critiche. Tutti progetti di riciclo, nessuno di estrazione, nonostante riaprire le miniere sia un cavallo di battaglia del governo Meloni.
ROMA – C’è il progetto di Glencore per convertire al riciclo delle batterie una parte del deserto industriale di Portovesme, in Sardegna. Quello di un’altra multinazionale, la belga Solvay, per recuperare il palladio nello storico impianto chimico di Rosignano, in Toscana. Quello di un’azienda italiana consolidata, Itelyum regeneration, per estrarre terre rare da rifiuti elettronici a Frosinone. E quello di una startup padovana, Circular Materials, che vuole costruire cinque impianti per recuperare metalli pesanti dagli scarti liquidi delle industrie. Sono le quattro bandierine italiane tra i 47 progetti strategici selezionati dalla Commissione nel suo piano di autonomia nelle materie prime critiche. Tutti progetti di riciclo, nessuno di estrazione, nonostante riaprire le miniere sia un cavallo di battaglia del governo Meloni.
Italia a metà classifica
Quattro su 47 è un risultato che mette l’Italia a metà classifica, tra i Paesi che hanno fatto il pieno come Francia (nove, per lo più di trasformazione) o Spagna (sette, con molta estrazione), e chi non ne ha piazzato neppure uno. I progetti scelti godranno di autorizzazioni più veloci e accesso privilegiato - ancora da definire - a risorse comunitarie.
Sul valore complessivo degli investimenti, secondo la Commissione 22,5 miliardi, i dossier italiani sembrano relativamente piccoli. Il più ricco è quello di Glencore nel Sulcis, che il colosso franco-svizzero delle materie prime stima tra i 350 e i 400 milioni. Il grande sito di Portovesme, dove la produzione di zinco si è fermata, è oggetto di un complesso tavolo di crisi industriale. L’idea della multinazionale è riconvertirne una parte al riciclo delle batterie esauste, da cui recuperare litio e altri materiali riutilizzabili per nuove batterie, in un impianto che sarebbe tra i maggiori d’Europa. Il riconoscimento “strategico” dovrebbe aprire la strada a un’autorizzazione entro 15 mesi, che bypassi l’opposizione della Regione Sardegna. Resterebbe comunque irrisolto il destino del resto dell’area, per cui il governo cerca un compratore.
I metalli nelle acque industriali
Solvay, che recupererà dalle marmitte il palladio che usa per produrre acqua ossigenata, e Itelyum regenaration, che riciclerà rifiuti elettronici, non forniscono dettagli. Vale almeno 85 milioni l’espansione di Circular Materials, con la sua tecnologia che recupera nichel, rame e platino, oggi smaltiti in discariche speciali, dalle acque reflue industriali: «Vogliamo aprire altri cinque siti, il secondo in Italia nel 2026, in Francia, Spagna e Polonia, al servizio di industrie dall’elettronica alla difesa - dice il fondatore e Ceo Marco Bersani - l’obiettivo è recuperare 3 mila tonnellate di nichel e rame».
Nessuna miniera
Oltre ai finanziamenti europei le società potrebbero accedere anche a fondi nazionali: dopo lunga attesa sono pronti i decreti attuativi del fondo “Made in Italy” da un miliardo creato dal governo a fine 2023. L’obiettivo di quel veicolo, più volte ribadito dal ministro delle Imprese Urso, è in realtà rilanciare progetti di estrazione mineraria. La loro assenza tra quelli presentati dalle imprese italiane e scelti come strategici da Bruxelles, almeno in questa prima fase, alimenta i dubbi su tempi, costi e fattibilità. Mentre conferma il riciclo come eccellenza nazionale, come rivendicato ieri dal ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin.
Curiosamente, nella lista dei 47 progetti strategici ne compare anche uno relativo al riciclo della svedese Northvolt, a lungo considerata la grande speranza europea delle batterie ma appena finita in bancarotta.