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In pensione tre mesi dopo. Cgil: “Ci saranno 44 mila esodati”

(ansa)

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Sono le lavoratrici e i lavoratori che hanno sottoscritto contratti di uscita anticipata con le aziende tra 2020 e 2024. “Si troveranno senza redditi, né contributi, né pensione”
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ROMA – Nuovi esodati: 44 mila senza redditi né contributi né pensione per tre mesi. È quanto accadrebbe, a detta della Cgil, a quelle lavoratrici e lavoratori che tra 2020 e 2024 hanno sottoscritto accordi di anticipo pensionistico con le loro aziende per anticipare di alcuni anni l’uscita, accompagnati da un reddito ponte.

Fonte: Cgil 

Accordi firmati quando le regole previdenziali erano quelle di oggi: 67 anni di età per la vecchiaia e 42 anni e 10 mesi di contributi per l’anticipata (un anno in meno per le donne). Questi traguardi stanno per cambiare. Se il governo non interviene, dal primo gennaio 2027 e fino a tutto il 2029 si aggiungono 3 mesi in più. E quindi si esce a 67 anni e 3 mesi oppure con 43 anni e un mese di contributi (un anno in meno per le donne).

ROMA – Nuovi esodati: 44 mila senza redditi né contributi né pensione per tre mesi. È quanto accadrebbe, a detta della Cgil, a quelle lavoratrici e lavoratori che tra 2020 e 2024 hanno sottoscritto accordi di anticipo pensionistico con le loro aziende per anticipare di alcuni anni l’uscita, accompagnati da un reddito ponte.

Fonte: Cgil 

Accordi firmati quando le regole previdenziali erano quelle di oggi: 67 anni di età per la vecchiaia e 42 anni e 10 mesi di contributi per l’anticipata (un anno in meno per le donne). Questi traguardi stanno per cambiare. Se il governo non interviene, dal primo gennaio 2027 e fino a tutto il 2029 si aggiungono 3 mesi in più. E quindi si esce a 67 anni e 3 mesi oppure con 43 anni e un mese di contributi (un anno in meno per le donne).

Chi sono i nuovi esodati

A essere proiettati in quello che la Cgil chiama «periodo scoperto di tre mesi», in quel biennio 2027-2029, sarebbero 19.200 lavoratori in isopensione, 4 mila in contratto di espansione e 21 mila usciti con i fondi di solidarietà bilaterale. In totale si tratta di 44.200 lavoratori a rischio di restare senza entrate e senza neppure contributi.

E solo perché al momento di firmare l’accordo con l’azienda le regole erano diverse. L’isopensione consente di anticipare fino a 7 anni. Il contratto di espansione, fermato dal governo Meloni dal primo gennaio 2024, assicurava l’uscita fino a 5 anni prima. Così come gli accordi con i fondi.

Una parte di coloro che hanno sottoscritto questi accordi negli ultimi quattro anni – il 70-80% del totale, ipotizza la Cgil – si troverebbe quindi ad esaurire il “reddito ponte” proprio dal 2027 in poi. Ricadendo in una finestra in cui però i requisiti per la pensione risultano allungati di tre mesi.

La revisione dell’età di uscita per la vecchiaia e dei contributi necessari per l’anticipata si muove in base all’aspettativa di vita. Complice anche il Covid, questi due requisiti non vengono toccati dal 2019. Ma lo saranno a breve con un decreto interministeriale che dovrà recepire quanto già certificato da Istat e Ragioneria: la vita si è allungata. E quindi si va in pensione dopo.

Il nodo dei tre mesi

Il governo Meloni, in particolare la Lega e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, hanno dichiarato di voler intervenire e sterilizzare l’aumento dei tre mesi. Impedirlo comporta un costo per il bilancio dello Stato: almeno 4 miliardi.

Ma è pur vero che il 2027 dovrebbe essere un anno elettorale. Si vota per le politiche e l’esecutivo di destra – che non solo ha mancato la sua promessa di “abolire la legge Fornero”, ma ha stretto tutti i possibili canali di pensionamento anticipato, dalle Quote a Opzione donna – non vuole presentarsi alle urne come il governo che ha alzato l’età pensionabile.

Rivedere il sistema

«Se il Governo non interverrà, 44 mila lavoratrici e lavoratori si ritroveranno con un vuoto di tre mesi senza assegno, senza contributi, senza tutele», osserva Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Confederazione. «Parliamo di persone che hanno lasciato il lavoro nel pieno rispetto delle regole, firmando accordi con aziende e fondi, basati su date certe di accesso alla pensione». Ma il problema non si esaurisce con il 2027. Riguarda anche gli anni successivi e più in generale l’impianto stesso del sistema previdenziale.

«Gli effetti dell’adeguamento alla speranza di vita – spiega Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil – pesano già oggi sulle nuove generazioni, costrette a posticipare sempre di più l’età della pensione e a fare i conti con assegni sempre più bassi, a causa della progressiva riduzione dei coefficienti di trasformazione. Un meccanismo che rischia di minare la fiducia dei giovani nel sistema pubblico e di accentuare disuguaglianze già profonde. È inaccettabile che più della metà delle pensioni sia sotto la soglia della dignità, come ci dicono i dati Inps». Ovvero sotto 750 euro.

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