✕

Tute blu, nere di rabbia: è scontro sul contratto

Una manifestazione di protesta per il settore automotive

 (ansa)
Raggiunte le 24 ore di sciopero, resta la distanza tra le piattaforme delle sigle e delle associazioni datoriali. I nodi su aumenti salariali e contrattazione di secondo livello
2 minuti di lettura

ROMA – Una trattativa che non si è mai aperta, e che da novembre è diventata un muro contro muro. Con le 8 ore di venerdì 28 marzo i metalmeccanici di Fiom, Fim e Uilm hanno raggiunto le 24 ore di sciopero nei cinque mesi di rottura del tavolo, «una mobilitazione che non si vedeva dal 1999, e questo a dimostrazione della gravità della situazione», sottolinea il leader Uilm, Rocco Palombella. Nel maggio di ventisei anni fa infatti scesero in piazza 180mila operai metalmeccanici. Lo scontro venne superato dall’intervento dell’allora premier Massimo D’Alema e del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, che convocò sindacati e datori di lavoro. Ma adesso, hanno rilevato in più occasioni i sindacati, «il governo è assente», e il provvedimento che potrebbe sbloccare la situazione, cioè la detassazione degli aumenti contrattuali, chiesta da tempo da Cgil, Cisl e Uil, non è all’ordine del giorno.

Eppure il rinnovo precedente, nel 2021, all’ombra del Covid, era andato piuttosto bene: «Noi non …

ROMA – Una trattativa che non si è mai aperta, e che da novembre è diventata un muro contro muro. Con le 8 ore di venerdì 28 marzo i metalmeccanici di Fiom, Fim e Uilm hanno raggiunto le 24 ore di sciopero nei cinque mesi di rottura del tavolo, «una mobilitazione che non si vedeva dal 1999, e questo a dimostrazione della gravità della situazione», sottolinea il leader Uilm, Rocco Palombella. Nel maggio di ventisei anni fa infatti scesero in piazza 180mila operai metalmeccanici. Lo scontro venne superato dall’intervento dell’allora premier Massimo D’Alema e del ministro del Lavoro Antonio Bassolino, che convocò sindacati e datori di lavoro. Ma adesso, hanno rilevato in più occasioni i sindacati, «il governo è assente», e il provvedimento che potrebbe sbloccare la situazione, cioè la detassazione degli aumenti contrattuali, chiesta da tempo da Cgil, Cisl e Uil, non è all’ordine del giorno.

Eppure il rinnovo precedente, nel 2021, all’ombra del Covid, era andato piuttosto bene: «Noi non abbiamo cambiato la nostra posizione, che tiene conto anche del Patto per la fabbrica (sottoscritto con Confindustria nel 2018, ndr). Sono loro che hanno rinnegato quella impostazione», afferma il segretario generale della Fim, Ferdinando Uliano. Quando, dopo una lunga serie di incontri, Fiom, Fim e Uilm ritenevano che fosse arrivato il momento di discutere la piattaforma unitaria che aveva ottenuto il via libera del 98% dei lavoratori, Federmeccanica e Assistal hanno invece presentato una loro piattaforma, scelta ritenuta dai sindacati «inaccettabile, perché tradisce le regole condivise negli anni», ha ribadito Palombella nell’assemblea unitaria che si è svolta qualche giorno fa a Napoli. «Ci troviamo di fatto a una rottura generata dalle associazioni imprenditoriali», conferma Uliano, accusando Federmeccanica e Assistal di aver creato «un caso negoziale, ampliando le distanze anche sulle parti normative».

Due piattaforme inconciliabili

Le distanze tra le due piattaforme sono enormi, a cominciare dall’elemento intorno al quale ruotano maggiormente i rinnovi contrattuali, e cioè il salario. I sindacati chiedono un aumento medio di 280 euro lordi mensili, che va oltre l’inflazione programmata nel triennio perché tiene conto anche di altri parametri, a cominciare dalle esigenze di formazione. Gli imprenditori, spiega Stefano Franchi, direttore generale di Federmeccanica, non rinnegano «il meccanismo ormai collaudato di aggancio ex post dei minimi tabellari all’indice Ipca, che negli ultimi anni ha determinato nel nostro settore un tasso di crescita delle retribuzioni contrattuali superiore del 40% a quello del resto dell’industria, 310 euro», ma non vanno oltre, e non quantificano in anticipo. Distanze anche sulla contrattazione di secondo livello: i sindacati chiedono una cifra forfettaria per i dipendenti delle aziende che non erogano premi di risultato, le associazioni datoriali lo prevedono per 700 euro annui, ma solo per le aziende con un rapporto tra margine operativo lordo e fatturato superiore al 10%. Un criterio troppo elevato per i sindacati, che non permetterebbe di ottenere i premi ai dipendenti di aziende che adesso invece ne godono. «Penso che sia corretto che, nel momento in cui ci siano profitti adeguati si faccia una redistribuzione - obietta Franchi - Ma i margini per molte aziende sono bassi o addirittura negativi e non si può redistribuire quello che non c’è. Si deve poi permettere alle aziende anche di investire e di innovare».

Il rischio dumping

Per Assistal il problema della sostenibilità va valutato anche rispetto agli appalti pubblici: «Noi siamo orgogliosi di far parte del contratto metalmeccanico - spiega il presidente Roberto Rossi - ma c’è un forte rischio che questo contratto non sia sostenibile per le nostre imprese: per la Pubblica Amministrazione vale l’offerta più vantaggiosa». Il rischio, aggiunge Rossi, è che «i contratti pubblici vadano di preferenza a chi riesce a essere più competitivo, applicando altri contratti, dal multiservizi a quello dell’artigianato». Ma anche i lavoratori hanno bisogno di sicurezze, ha sottolineato il leader Fiom, Michele De Palma: «In questo Paese abbiamo bisogno di rilanciare le industrie e di rinnovare il contratto nazionale, per ridare forza al salario dei lavoratori e delle lavoratrici e ricostruire una politica industriale che impedisca i licenziamenti, riduca l’orario di lavoro e garantisca occupazione stabile». Le garanzie su formazione e stabilità dei contratti sono gli altri punti che dividono profondamente sindacati e organizzazioni datoriali: Fiom, Fim e Uilm chiedono con forza un rafforzamento del contratto di apprendistato duale per favorire i giovani, ma anche paletti ben definiti per limitare l’uso dei contratti a termine.

Leggi i commenti