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Nomi e Cognomi di un fallimento annunciato

(agf)

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I fondi delle infrastrutture sono a un tasso sui dieci anni al 2,8% contro il 3,9% che oggi l’Italia paga oppure addirittura a fondo perduto. E se non arrivano le rate, per finirle li pagheremo noi
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Non arriveremo mai a spendere tutti i fondi del Pnrr. È un fallimento annunciato che ha nomi e cognomi, scritti nei numeri delle relazioni semestrali. E che ha spinto Giorgetti a chiedere una proroga a Bruxelles per salvare le vere vittime di questa debacle: le infrastrutture e le casse dello Stato che per terminare le opere dovranno sostenere i costi delle eventuali rate non incassate. Dei 194 miliardi assegnati all’Italia, ne abbiamo spesi a fine 2024 solo 64. Significa che tra la metà del 2021 e la fine del 2024, prima Raffaele Fitto e poi Tommaso Foti hanno messo a terra circa 18,2 miliardi l’anno. Il che rende abbastanza difficile che nel restante anno e mezzo si possa spendere i rimanenti 130 miliardi di euro.

Anche chi ha investito non brilla

E se dovessimo guardare alle spese fin qui sostenute, non possiamo nemmeno dire che chi ha gestito il Pnrr abbia brillato per capacità di investimento. Dei 64 miliardi spesi, quasi la metà sono crediti fiscali per attivare i quali la mac…

Non arriveremo mai a spendere tutti i fondi del Pnrr. È un fallimento annunciato che ha nomi e cognomi, scritti nei numeri delle relazioni semestrali. E che ha spinto Giorgetti a chiedere una proroga a Bruxelles per salvare le vere vittime di questa debacle: le infrastrutture e le casse dello Stato che per terminare le opere dovranno sostenere i costi delle eventuali rate non incassate. Dei 194 miliardi assegnati all’Italia, ne abbiamo spesi a fine 2024 solo 64. Significa che tra la metà del 2021 e la fine del 2024, prima Raffaele Fitto e poi Tommaso Foti hanno messo a terra circa 18,2 miliardi l’anno. Il che rende abbastanza difficile che nel restante anno e mezzo si possa spendere i rimanenti 130 miliardi di euro.

Anche chi ha investito non brilla

E se dovessimo guardare alle spese fin qui sostenute, non possiamo nemmeno dire che chi ha gestito il Pnrr abbia brillato per capacità di investimento. Dei 64 miliardi spesi, quasi la metà sono crediti fiscali per attivare i quali la macchina organizzativa non ha fatto assolutamente nulla. Circa 14 miliardi sono semplici detrazioni legate al Superbonus e ai vari incentivi per l’efficienza e la riqualificazione energetica contenuti nella Missione 2 del Pnrr. Altri 13,38 miliardi sono da ricondurre sotto il cappello di Transizione 4.0 che nell’ambito della Missione 1 ha come obiettivo la riqualificazione delle imprese. Si tratta anche qui di crediti di imposta per investimenti in beni strumentali (come uffici, magazzini, furgoni, computer etc), in beni immateriali (marchi, diritti, brevetti etc), o in ricerca, sviluppo e formazione. Niente di più facile, eppure siamo riusciti a fare pasticci anche sul nulla. È il caso dell’erede di Transizone 4.0, Transizione 5.0, che nelle mani del ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, non ha intaccato, se non in minima parte i quasi nove miliardi che il Pnrr gli ha dato in dote. La colpa sta nelle complessità burocratiche. Una cifra che pone Urso sul podio più alto delle inefficienze da Pnrr, seguito dal ministro del Lavoro, Marina Calderone, perché al momento non riesce a investire i 4,9 miliardi del progetto Gol (Garanzia di occupabilità dei lavoratori), nato per contrastare la mancanza di lavoro, ma schiantatosi contro l’incapacità di Stato e Regioni di ottenere efficienza fosse solo anche per creare un database dei disoccupati. Sul terzo gradino dei peggiori, i Comuni, soprattutto quelli più grandi, perché ingolfati dai troppi progetti avviati e senza il personale competente per farli decollare.

Le vittime del Pnrr

Sotto il podio a fine piano si accatasteranno le vittime del Pnrr, le infrastrutture: dall’Alta velocità alle Hydrogen valleys, dalle reti alle colonnine elettriche fino alla fibra ottica. Perché è chiaro che alcune non si farà in tempo a finirle. Perdendo così un’occasione unica di crescita a bassa spesa, perché i fondi destinati a queste infrastrutture sono o a buon mercato, con un tasso di interesse sui dieci anni al 2,8% contro il 3,9% che oggi paga l’Italia, oppure addirittura a fondo perduto. E se non arrivano le rate, per finirle, le pagheremo noi.

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