Cimmino (Confindustria): “Sui dazi l’Europa resti unita e faccia valere il suo mercato”
di Filippo SantelliROMA – “Siamo tutti molto preoccupati”, dice Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria con delega all’export e cofondatrice della società dell’intimo Yamamay, alla vigilia del 2 aprile, giorno in cui Trump annuncerà le tariffe ‘reciproche’. “L’impatto è incalcolabile finché non avremo i dettagli, ma più ci avviciniamo, più la triste sensazione è che colpiranno in modo trasversale tutti i prodotti”.
Cosa significherebbero dazi al 20% per un settore come la moda?
“In Italia è uno dei più esposti insieme con farmaceutica, alimentare e automotive. Per il nostro export sarebbe un duro colpo, il mercato americano è insostituibile, ma lo sarebbe anche per la catene commerciali americane che vendono made in Italy: questo è il paradosso”.
È convinta che per Trump i daz…
ROMA – “Siamo tutti molto preoccupati”, dice Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria con delega all’export e cofondatrice della società dell’intimo Yamamay, alla vigilia del 2 aprile, giorno in cui Trump annuncerà le tariffe ‘reciproche’. “L’impatto è incalcolabile finché non avremo i dettagli, ma più ci avviciniamo, più la triste sensazione è che colpiranno in modo trasversale tutti i prodotti”.
Cosa significherebbero dazi al 20% per un settore come la moda?
“In Italia è uno dei più esposti insieme con farmaceutica, alimentare e automotive. Per il nostro export sarebbe un duro colpo, il mercato americano è insostituibile, ma lo sarebbe anche per la catene commerciali americane che vendono made in Italy: questo è il paradosso”.
È convinta che per Trump i dazi siano solo uno strumento negoziale? Molti su questo hanno cambiato idea.
“Se ascoltiamo le sue parole, la narrazione distorsiva per cui l’Europa frega gli Stati Uniti, l’ossessione di ribilanciare il deficit commerciale, non si direbbe. Ma poi penso anche che Trump abbia il gusto della trattativa”.
E a questa trattativa l’Europa come dovrebbe arrivarci?
“Per prima cosa con una voce unica, fughe in avanti di singoli Paesi sarebbero pericolose. Con Trump l’amicizia conta poco. Bisogna da un lato mostrarsi forti e dall’altro predisporsi a trattare, anche in modo creativo. Abbiamo delle leve da far valere: i nostri investimenti negli Stati Uniti, il nostro mercato da 450 milioni di consumatori”.
Mostrarsi forti significa varare subito ritorsioni?
“Una ritorsione proporzionale sarebbe autolesionista, nella storia le escalation commerciali hanno sempre avuto impatti devastanti sulle società e creato conflitti. Non credo esista una soluzione unica: su certi prodotti si può rispondere con dazi reciproci; altri, come quelli a indicazione geografica, vanno difesi a ogni costo, anche coinvolgendo i consumatori americani, che li apprezzano”.
È l’impatto della guerra commerciale sugli Stati Uniti che può fermare Trump?
“È una speranza. Senza dubbio i dazi porteranno inflazione in un Paese con famiglie molto indebitate, anche se non subito. Wall Street però potrebbe reagire prima e mandare un segnale a Trump”.
Il nostro governo ha lanciato una strategia di promozione dell’export verso nuove destinazioni. Basterà?
“Ripeto: gli Stati Uniti sono insostituibili. E trovare nuovi mercati richiede tempo. Ma il senso di crescere in Paesi maturi o emergenti, iniziativa a cui Confindustria partecipa, è ridurre le dipendenze e rafforzare il tessuto di imprese esportatrici. Io sono appena tornata dal Cile, a breve andrò in India e Giappone. Promuovere accordi di libero scambio è una risposta efficace a Trump e all’incertezza che crea e che blocca gli investimenti. Penso all’accordo con il Mercosur, 250 milioni di consumatori”.
Proprio sul Mercosur il governo non ha ancora sciolto le riserve, preoccupato dall’opposizione degli agricoltori.
“Alcuni Paesi come la Spagna sono stati molto più netti nel dire che va firmato. E anche noi industriali lo pensiamo”.