ROMA – Nel giorno in Donald Trump annuncerà i suoi dazi “reciproci”, gli industriali italiani suonano un campanello d’allarme sulle prospettive del Paese. Nel suo Rapporto di previsione, presentato mercoledì mattina, l’ufficio studi di Confindustria taglia di tre decimi le stime di crescita per quest’anno, portandole allo 0,6% (contro l’1,2 a cui resta per ora ancorato il governo). La ragione fondamentale è l’incertezza creata dalle minacce tariffarie del presidente americano, che congela gli investimenti in un quadro europeo che già era di generale debolezza. Una mini ripresa è attesa per il 2026, +1%. Ma questo scenario “base” ipotizza con una certo ottimismo che l’incertezza rientri a livelli fisiologici entro la metà dell’anno, senza impatto delle tariffe, cosa per nulla scontata. Nel rapporto c’è anche uno scenario avverso, ma tutt’altro che remoto, cioè quello di una escalation commerciale con dazi al 25% sulle merci europee e una pari risposta di Bruxelles. In questo caso l’impatto per l’economia italiana sarebbe di oltre 4 decimi nel 2024 e di 6 nel 2025, numeri da stagnazione: “La moderata crescita italiana prevista nel biennio rischia di essere in buona misura erosa”.
Investimenti congelati
"Dico spesso sveglia, il tempo finito, ma vedo che queste parole non sempre vengono prese sul serio”, ha detto il presidente degli industriali Emanuele Orsini. “Siamo come una barca su un fiume che sa che a un chilometro arriverà una cascata”. Orsini ha chiesto “coraggio” al governo, per varare un piano strutturale per gli investimenti sul modello di quello lanciato in Germania. Nel rapporto spicca infatti l’aspettativa sugli investimenti industriali, che quest’anno dovrebbero scendere ancora dello 0,8%, riprendendosi solo nel 2025. Il rapporto sottolinea l’impatto molto inferiore alle attese degli incentivi di Industria 5.0, “il cui tiraggio è solo di 600-700 milioni”.
Un declino strutturale?
Il rischio, si legge nel rapporto, è che il declino dell’industria italiana diventi strutturale. Alla fine del 2024 la produzione risultava dell’8,1% più bassa rispetto al secondo trimestre del 2022. A parte la difficoltà degli investimenti, Orsini ha ricordato la zavorra dei prezzi energetici, molto più alti rispetto al resto d’Europa, quello della burocrazia, e la necessità che l’Europa “cambi rotta”. La competitività europea continua a scendere e con le politiche trumpiane il rischio è che gli investimenti scappino ancora di più verso gli Stati Uniti. Ma se la sveglia degli industriali nei mesi scorsi è sempre stata rivolta a Bruxelles, ora coinvolge anche il governo Meloni.