Lo scudo del centrodestra. Alzerà la soglia dell’Opa in Borsa
di Sara Bennewitz , Giuseppe ColomboRoma - La maggioranza prepara uno scudo per le società quotate. Una mossa che punta a rendere più difficili le scalate anche ai colossi di Stato. L’idea sarebbe quella di alzare la soglia di possesso azionario che fa scattare l’obbligo di Opa dal 25 al 30%, allineandola agli standard europei per rafforzare anche il ruolo di Borsa Spa, incentivando le Ipo e proteggendo gli azionisti stabili. La riforma potrebbe essere sfruttata da Poste Italiane, che dopo essere appena salita al 24,81% di Tim, in teoria potrebbe arrivare fino al 30% senza lanciare l’Opa.
I tempi non sono immediati, ma il disegno è stato già delineato. I partiti che sostengono il governo puntano a intervenire con una modifica a uno dei decreti attuativi della riforma del Testo unico della finanza (Tuf), atteso in Parlamento entro l’estate.
Secondo quanto si apprende in ambienti di maggioranza, il governo sta valutando il nuovo testo, anche sulle soglie dell’Opa, ora al 25%. Alla fine a intervenire potrebbero essere le c…
Roma - La maggioranza prepara uno scudo per le società quotate. Una mossa che punta a rendere più difficili le scalate anche ai colossi di Stato. L’idea sarebbe quella di alzare la soglia di possesso azionario che fa scattare l’obbligo di Opa dal 25 al 30%, allineandola agli standard europei per rafforzare anche il ruolo di Borsa Spa, incentivando le Ipo e proteggendo gli azionisti stabili. La riforma potrebbe essere sfruttata da Poste Italiane, che dopo essere appena salita al 24,81% di Tim, in teoria potrebbe arrivare fino al 30% senza lanciare l’Opa.
I tempi non sono immediati, ma il disegno è stato già delineato. I partiti che sostengono il governo puntano a intervenire con una modifica a uno dei decreti attuativi della riforma del Testo unico della finanza (Tuf), atteso in Parlamento entro l’estate.
Secondo quanto si apprende in ambienti di maggioranza, il governo sta valutando il nuovo testo, anche sulle soglie dell’Opa, ora al 25%. Alla fine a intervenire potrebbero essere le commissioni parlamentari chiamate a esprimere un parere sul testo. Un passaggio importante perché le indicazioni delle Camere, vincolanti e non, sono solitamente assorbite nel testo definitivo che deve essere approvato dal Consiglio dei ministri. I precedenti non mancano: molti dei decreti attuativi della riforma fiscale hanno registrato integrazioni e modifiche durante l’iter parlamentare.
Curiosamente, la modifica delle soglie rispetto agli standard europei fu introdotta nel 2014 per arginare l’ascesa di Vivendi nel capitale di Tim, e ora che il colosso francese è stato sostituito da Poste (primo azionista di Telecom), si parla di alzarla di nuovo al 30%. Va detto che lo sbarramento al 30% esiste già in Italia per le aziende di piccole e medie dimensioni (fino a 1 miliardo di capitalizzazione), ed è largamente adottato in Europa, dove peraltro esistono meccanismi per moltiplicare il diritto di voto più potenti di quelli tricolori.
Detto questo sono tante le aziende quotate che potrebbero approfittarne. Poste-Tim è solo l’ultimo caso, ma non quello più urgente dato che la quota di Vivendi è stata in vendita per mesi, e alla fine solo il gruppo guidato da Matteo Del Fante è riuscito a trovare un accordo sul prezzo e la remissione delle cause. Cassa depositi e prestiti, ad esempio, potrebbe aumentare la sua quota in Nexi, oggi pari al 18,25%, favorendo la discesa dei fondi di private equity. Oppure il ministero dell’Economia potrebbe arrotondare la sua partecipazione in Enel (pari al 23,6%), che all’assemblea per il rinnovo del cda della primavera 2023 fu attaccata aspramente dal fondo Covalis.
In ambienti politici e finanziari si parla anche di possibili ricadute su uno dei dossier attenzionati in questi giorni dalle varie autorità: Mps-Mediobanca-Generali. Le voci, però, non trovano al momento riscontri ufficiali. Inoltre le partecipazioni potrebbero salire sia con acquisti sul mercato, con un esborso da parte degli azionisti di riferimento, sia indirettamente con il buy back (e la successiva cancellazione) delle aziende quotate, che in certi casi preferiscono non cancellare i titoli riacquistati, per non far scattare gli obblighi di Opa.
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