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Arrivano i superdazi degli Usa. Trump: “È il Liberation day, noi derubati ma sarò gentile”

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Oggi l’annuncio: possibili barriere del 20% per tutti. La Gran Bretagna di Starmer si sfila dalle ritorsioni e punta a trattare
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NEW YORK – Il Liberation Day, giorno della liberazione «da chi per anni ci ha derubato» proclamato da Donald Trump, è arrivato. Il presidente dice di aver finalmente deciso quali misure doganali imporrà al mondo. Sebbene il Wall Street Journal descriva una guerra fra fazioni proseguita nei corridoi della Casa Bianca fino alla tarda notte di ieri, fra i sostenitori di una tassa universale al 20 per cento su tutte le importazioni. E i favorevoli invece a tributi individuali, paese per paese.

Col ministro del commercio Howard Lutnick a spingere su posizioni più aggressive. E il segretario al Tesoro Scott Bessent, più moderato (si fa per dire), focalizzato a colpire principalmente quel che ha definito dirty 15, sporca quin…

NEW YORK – Il Liberation Day, giorno della liberazione «da chi per anni ci ha derubato» proclamato da Donald Trump, è arrivato. Il presidente dice di aver finalmente deciso quali misure doganali imporrà al mondo. Sebbene il Wall Street Journal descriva una guerra fra fazioni proseguita nei corridoi della Casa Bianca fino alla tarda notte di ieri, fra i sostenitori di una tassa universale al 20 per cento su tutte le importazioni. E i favorevoli invece a tributi individuali, paese per paese.

Col ministro del commercio Howard Lutnick a spingere su posizioni più aggressive. E il segretario al Tesoro Scott Bessent, più moderato (si fa per dire), focalizzato a colpire principalmente quel che ha definito dirty 15, sporca quindicina, le economie col maggior squilibrio commerciale con gli Stati Uniti: quella Cina che nel 2024 ha avuto un surplus pari a 295,4 miliardi di dollari. E poi Unione Europea, Messico, Vietnam, Irlanda, Germania, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Canada, India, Thailandia, Svizzera, Malesia e pure Italia.

L’annuncio dei dazi alla Casa Bianca

Mentre giovedì entreranno in vigore le nuove gabelle su auto prodotte fuori dagli Stati Uniti (che si aggiungeranno ai precedenti su acciaio, alluminio e altro) l’attuale incertezza, alimentata pure dalle affermazioni contrastanti del presidente americano, fa impazzire i mercati. The Donald svelerà i suoi piani solo oggi alle 16 americane (le 22 in Italia) durante un evento organizzato nel giardino delle rose della Casa Bianca intitolato Make America Wealthy Again. «Imporrò dazi reciproci, gentili rispetto a come altri hanno trattato noi», ha detto Trump alla stampa. Riguarderanno pure gli alleati: «Finora hanno inibito ingiustamente il flusso delle esportazioni americane. Faremo loro ciò che hanno fatto a noi».

Di sicuro l’annuncio farà luce pure sulle politiche che vuol portare avanti in un prossimo futuro. Per il consigliere Peter Navarro – il falco che nel corso del primo mandato sostenne i dazi alla Cina – tariffe fisse al 20 per cento porteranno nelle casse pubbliche i fondi per finanziare i tagli fiscali promessi in campagna elettorale e a riportare le fabbriche in America. I sostenitori dei tributi individuali li vedono invece miglior strumento per spingere i governi a negoziare con gli Stati Uniti su questioni economiche e pure politiche: dalle leggi sull’immigrazione a quelle che regolano Big Tech.

Le contromosse anti-dazi

Alcuni Paesi hanno già avviato strategie per placare Washington. Il Vietnam ha ridotto le imposte su auto, prodotti agricoli e gas liquefatto Made in Usa. Il Giappone creerà “sportelli di consulenza” per le imprese colpite. Il Messico chiede il mantenimento del trattato di libero scambio nordamericano. Cina, Canada e Ue intendono rispondere con altre tasse. Ma non la Gran Bretagna di Starmer che si sfila dalle ritorsioni del Vecchio Continente e crede ancora nella trattativa.

L’allarme è alto anche da questa parte dell’Oceano. «Se Trump imporrà tariffe al 20% l’economia Usa andrà in recessione, la disoccupazione toccherà il 7 per cento, andranno persi 5,5 milioni di posti di lavoro e il Pil calerà dell’1,7%», dice Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, parlandone a Cnn. Di sicuro, la maggioranza degli americani non approva una svolta che nell’immediato prevede sacrifici. Lo dice un sondaggio Cbs/YouGov: il 55 per cento boccia i dazi. Eppure il gradimento di Trump resta alto: il 50 lo promuove grazie al pugno di ferro sull’immigrazione.

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