MILANO – La Francia si ritaglia un ruolo da protagonista nel risiko bancario italiano. Ieri, mentre Unicredit annunciava il via libera di Consob al documento di offerta su Banco Bpm, Crédit Agricole faceva sapere di avere ottenuto dalla Bce il benestare a salire fino al 19,9% di Piazza Meda. Una luce verde che la banca d’oltralpe intende sfruttare appieno, arrivando al 19,8% di Banco Bpm dopo avere sommato al 9,9% diretto il 9,9% in derivati (aumentato negli ultimi mesi dal 5,2% precedente).
La “Banque Verte” ha spiegato che l’aumento della partecipazione «è coerente con la sua strategia di investitore a lungo termine e partner di Banco Bpm» ribadendo che non intende lanciare un’offerta pubblica. Sino a oggi, i vertici di Crédit Agricole hanno sempre giustificato la quota in chiave di difesa dei propri interessi. E qui arriva l’altra “questione francese”, collegata, emersa ieri: secondo Bloomberg, Unicredit sta valutando alternative all’accordo di distribuzione di fondi con Amundi (…
MILANO – La Francia si ritaglia un ruolo da protagonista nel risiko bancario italiano. Ieri, mentre Unicredit annunciava il via libera di Consob al documento di offerta su Banco Bpm, Crédit Agricole faceva sapere di avere ottenuto dalla Bce il benestare a salire fino al 19,9% di Piazza Meda. Una luce verde che la banca d’oltralpe intende sfruttare appieno, arrivando al 19,8% di Banco Bpm dopo avere sommato al 9,9% diretto il 9,9% in derivati (aumentato negli ultimi mesi dal 5,2% precedente).
La “Banque Verte” ha spiegato che l’aumento della partecipazione «è coerente con la sua strategia di investitore a lungo termine e partner di Banco Bpm» ribadendo che non intende lanciare un’offerta pubblica. Sino a oggi, i vertici di Crédit Agricole hanno sempre giustificato la quota in chiave di difesa dei propri interessi. E qui arriva l’altra “questione francese”, collegata, emersa ieri: secondo Bloomberg, Unicredit sta valutando alternative all’accordo di distribuzione di fondi con Amundi (-6,8% ieri in Borsa), società del gruppo Crédit Agricole.
Il contratto scadrà nel 2027, ma se l’istituto guidato da Andrea Orcel dovesse andare a segno su Banco Bpm e se quest’ultimo conquistasse Anima (c’è un’Opa in corso), Unicredit si troverebbe una fabbrica prodotto già in casa e potrebbe non avere più bisogno di Amundi. Certo, Orcel, sempre in casa ma a livello di azionariato di Banco Bpm, dovrebbe fare i conti con un socio a questo punto potenzialmente scomodo come Crédit Agricole. C’è chi sostiene che per uscire dall’impasse Orcel, negli ultimi mesi diventato socio forte delle Generali, potrebbe cercare l’aiuto del governo e/o del gruppo Caltagirone. Palazzo Chigi, tra le altre cose, dovrà decidere se e come esercitare i poteri speciali del golden power sull’offerta pubblica di scambio (Ops) di Unicredit su Banco Bpm.
L’operazione, intanto, dopo l’ok di Consob, partirà il 28 aprile per concludersi il 23 giugno. Nel documento di offerta, Unicredit sottolinea di puntare almeno al 50% più un’azione della ex Popolare milanese e fa sapere di non aspettarsi «impatti significativi» dalle eventuali misure correttive dell’Antitrust.
Con l’Ops, Piazza Gae Aulenti riconoscerà ai soci di Piazza Meda 0,175 proprie azioni ordinarie di nuova emissione. Tuttavia, dopo lo stacco dei dividendi di Unicredit e Banco Bpm previsto rispettivamente il 22 aprile e il 21 maggio, il rapporto di concambio dell’Ops scenderà a 0,166. Ai prezzi di Borsa di ieri (Unicredit -1% e Banco Bpm +0,15%), l’offerta vale 13,8 miliardi e presenta uno sconto intorno ai 700 milioni.
Complice anche l’impossibilità per Banco Bpm di comprare Anima con l’aiuto sul capitale del Danish compromise, Unicredit spera che la forbice di prezzo possa assottigliarsi in modo da non dovere rilanciare. In ogni caso Unicredit, «in questo contesto di incertezza, si riserva di assumere ogni decisione» su Banco Bpm, e quindi sulla stessa offerta, considerando anche «l’impatto economico-finanziario e/o patrimoniale derivante dalla mancata applicazione» dello sconto danese.