Dazi, il conto amaro per il vino italiano: “Dovremo tagliare i ricavi di 323 milioni l’anno”
di Alessandro CicognaniIl conto per i produttori di vino italiano è salatissimo: «Con i sanguinosi dazi americani al 20%, dovremo tagliare i ricavi di 323 milioni di euro all’anno, pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni». Dopo l’annuncio arrivato nella serata di mercoledì da Donald Trump, l’Unione italiana vini e il suo presidente Lamberto Frescobaldi hanno analizzato dati per tutta la notte. E ora ecco il responso, durissimo.
Secondo il numero uno dell’associazione a questo punto non c’è tempo da perdere, ecco perché «è necessario fare subito un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati»; poi aggiunge: «Serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori».
Tagli lungo tutta la filiera
La solu…
Il conto per i produttori di vino italiano è salatissimo: «Con i sanguinosi dazi americani al 20%, dovremo tagliare i ricavi di 323 milioni di euro all’anno, pena l’uscita dal mercato per buona parte delle nostre produzioni». Dopo l’annuncio arrivato nella serata di mercoledì da Donald Trump, l’Unione italiana vini e il suo presidente Lamberto Frescobaldi hanno analizzato dati per tutta la notte. E ora ecco il responso, durissimo.
Secondo il numero uno dell’associazione a questo punto non c’è tempo da perdere, ecco perché «è necessario fare subito un patto tra le nostre imprese e gli alleati commerciali d’oltreoceano che più di noi traggono profitto dai vini importati»; poi aggiunge: «Serve condividere l’onere dell’extra-costo ed evitare di riversarlo sui consumatori».
Tagli lungo tutta la filiera
La soluzione indicata dall’osservatorio Uiv sarebbe infatti da ricercare lungo la filiera, con il mercato – dalla produzione fino a importatori e distributori – che dovrebbe farsi carico di un taglio dei propri ricavi per un valore pari a 323 milioni di euro (su un totale di 1,94 miliardi), così da riuscire a mantenere gli attuali assetti di prezzo. I buyer americani di vino hanno tutti confermato la loro presenza al Vinitaly, in partenza domenica, e potranno dire la loro. Ma non basterà una comparsata alla fiera di Verona a far sedare le preoccupazioni. Al di là dei dazi, i consumi di vino italiano negli Usa sono scesi l’anno scorso del 10% e un colosso della distribuzione beverage a stelle e strisce come Constellation Brands, stando alle indiscrezioni, sarebbe pronto a cedere in blocco l’intera divisione vino.
Insomma, gli italiani in questo momento non sembrano partire con il coltello dalla parte del manico. «Per molti sarà difficile – riconosce lo stesso Frescobaldi –, ma ciò che oggi spaventa ancora di più è che si ingeneri un gioco al rialzo davvero esiziale tra l’amministrazione americana e quella europea: l’accoglimento in sede Ue della proposta del ministro degli esteri Tajani di escludere gli alcolici, e quindi il vino, da eventuali dispute sarà fondamentale».
I vini in “zona rossa”
Nelle rilevazioni fatte dall’Unione italiana vini, oggi il 76% delle 480 milioni di bottiglie tricolori spedite lo scorso anno verso gli Stati Uniti si troverebbe in “zona rossa” (quota export verso gli Usa superiore al 25%) e quindi ampiamente coinvolte dai dazi dell’amministrazione Trump. Le aree enologiche con i maggiori picchi sono quelle del Moscato d’Asti (60%), del Pinot grigio (48%) e del Chianti Classico (46%). Seguono i rossi toscani Dop al 35%, i piemontesi al 31%, così come il Brunello di Montalcino, per chiudere con il Prosecco al 27% e il Lambrusco. In totale sono 364 milioni di bottiglie, per un valore di oltre 1,3 miliardi di euro, ovvero il 70% dell’export italiano verso gli Stati Uniti.
L’Italia più esposta agli Usa
Come chiarisce il segretario generale di Uiv, Paolo Castelletti, «rispetto ai partner europei, l’Italia presenta due principali fattori di rischio: da una parte la maggiore esposizione netta sul mercato statunitense, pari al 24% del valore totale dell’export contro il 20% della Francia e l’11% della Spagna. Dall’altra, una lista di prodotti più sensibili su questo mercato, sia in termini di esposizione, che di prezzo medio a scaffale». È un ritornello consolidato del prodotto vino italiano, che in termini reale si traduce così: solo il 2% delle bottiglie tricolori vendute in America vanta prezzo da vino di lusso, mentre l’80% si concentra nella cosiddetta fascia “popular”, ovvero un prezzo di partenza medio di poco superiore ai 4 euro al litro.