MILANO – Il giorno della Liberazione di Donald Trump si è tradotto in un ko delle borse mondiali. Il diluvio di vendite iniziato mercoledì notte sui mercati asiatici (Tokio meno 2,77%, Hong Kong meno 1,6%) si è poi riversato sul mercato europeo e poi su quello americano. I pesanti cali degli indici Dow Jones (meno 3,98%), S&P (meno 4,84%) e Nasdaq meno 5,97%) hanno bruciato 2.500 miliardi di dollari di valore. I listini Usa sono stati trascinati al ribasso da titoli guida come Amazon (meno 9%), Apple (meno 9,25%) e Nike (meno 14,47%). Un po’ meno pesante il bilancio dell’Europa (760 miliardi di euro): i listini azionari hanno accusato forti perdite fin dalla mattina con Piazza Affari maglia nera (meno 3,6%), seguita dalla Francia (meno 3,31%) e dalla Germania (meno 3,01%).
In discesa a anche il prezzo del petrolio, il Wti al Nymex ha perso il 6,5% a 67,05 dollari al barile, dopo la decisione di otto Paesi dell’Opec+ di aumentare la produzione. E si è svalutato anche il dollar…
MILANO – Il giorno della Liberazione di Donald Trump si è tradotto in un ko delle borse mondiali. Il diluvio di vendite iniziato mercoledì notte sui mercati asiatici (Tokio meno 2,77%, Hong Kong meno 1,6%) si è poi riversato sul mercato europeo e poi su quello americano. I pesanti cali degli indici Dow Jones (meno 3,98%), S&P (meno 4,84%) e Nasdaq meno 5,97%) hanno bruciato 2.500 miliardi di dollari di valore. I listini Usa sono stati trascinati al ribasso da titoli guida come Amazon (meno 9%), Apple (meno 9,25%) e Nike (meno 14,47%). Un po’ meno pesante il bilancio dell’Europa (760 miliardi di euro): i listini azionari hanno accusato forti perdite fin dalla mattina con Piazza Affari maglia nera (meno 3,6%), seguita dalla Francia (meno 3,31%) e dalla Germania (meno 3,01%).
In discesa a anche il prezzo del petrolio, il Wti al Nymex ha perso il 6,5% a 67,05 dollari al barile, dopo la decisione di otto Paesi dell’Opec+ di aumentare la produzione. E si è svalutato anche il dollaro, che ha perso l’1,59% contro l’euro fino a sfiorare quota 1,11. L’indice della paura (volatilità), il Vix, è salito di oltre il 35% mentre l’oro si è mantenuto su livelli alti (3.125 dollari l’oncia), confermandosi bene rifugio. I rendimenti dei titoli di Stato a 10 anni sono tutti scesi (Btp al 3,77%) anticipando un rallentamento dell’economia.
In sostanza i mercati finanziari avevano sottovalutato le minacce di Trump, che mercoledì sera ha annunciato un dazio minimo universale pari al 10% per tutti i principali partner commerciali, e dazi reciproci significativamente più alti. Per la Cina il 54%, per l’Europa il 20% e per il Giappone il 24%, numeri che non si vedevano dai primi anni del ‘900.
La nuova amministrazione americana è convinta che l’aumento dei dazi sulle proprie importazioni sia l’unica strada per riequilibrare il cronico deficit commerciale degli Stati Uniti, causato da una persistente sopravvalutazione del dollaro, la cui domanda è molto forte essendo la valuta di riserva mondiale. L’obiettivo finale sarebbe un indebolimento della valuta che favorisca le esportazioni americane e riporti le produzioni manifatturiere all’interno del Paese. Ma non è chiaro quali saranno i passi successivi per arrivare a questi risultati. Né se avranno successo. Di certo c’è solo che questa prima mossa è assai destabilizzante per i mercati e, soprattutto per l’economia americana.
Nel breve termine, infatti, i maggiori dazi si traducono in un aumento dei prezzi di almeno il 10% delle merci consumate negli Usa, e dunque in un rialzo del tasso di inflazione. Il minor interscambio commerciale causato dai dazi e i minori consumi porteranno così a un rallentamento dell’economia americana, che si sta già manifestando. In pratica con la mossa di Trump l’economia Usa si muove pericolosamente verso quella situazione di crescita bassa e inflazione sostenuta, che gli esperti chiamano “stagflazione”, già vista alla fine degli anni ‘70 in seguito alle crisi petrolifere. Dalla stagflazione è difficile uscire perché la banca centrale non può abbassare più di tanto i tassi di interesse per stimolare la crescita, poiché la lotta ai prezzi alti richiederebbe il contrario, cioè una stretta monetaria. «La nostra prospettiva per il 2025 vede la crescita degli Usa attorno o sotto l’1% - scrivono gli economisti di Fidelity - con l’inflazione, per il resto dell’anno, al 3% o anche sopra, mettendo la Fed in una posizione difficile».
Uno scenario meno negativo vede Trump cominciare a negoziare con singoli Paesi o aree un ammorbidimento dei dazi. «Lo scenario di negoziazione rappresenta l’ipotesi più ottimistica - scrivono gli economisti del team Multi Asset di Pictet - la crescita economica si ridurrebbe di poco, con un’inflazione in leggero aumento. Così la Fed potrebbe fare due tagli dei tassi durante l’anno».
Lo shock dei dazi di Trump fa un po’ meno paura in Europa per il minor impatto sulla crescita dei prezzi: «L’Europa con il piano tedesco comincerà a reinvestire - spiega Davide Serra di Algebris - e la Bce potrà abbassare i tassi mentre il dollaro continuerà a indebolirsi».