ROMA – Mentre il mondo frastornato si interroga su come rispondere all’assalto commerciale di Trump, la Cina non aspetta neppure la fine della sua festa nazionale dei defunti e replica dazio per dazio. Ieri nella sera d’Oriente, mattina americana, Pechino ha annunciato un pacchetto di ritorsioni che include una tariffa del 34% su tutte le importazioni americane, equivalente alla tassa extra imposta mercoledì da Trump sul made in China che si aggiunge al 20% già sfoderato nelle settimane precedenti. La risposta cinese scatterà giovedì, un giorno dopo i dazi americani, e aumenta i rischi di una escalation tra le superpotenze. Via social Trump ha subito replicato, scrivendo che «la Cina ha sbagliato mossa, è andata nel panico – l’unica cosa che non può permettersi di fare!».
La leadership comunista però conferma che, in attesa di un eventuale negoziato tra Xi e Trump, non intende farsi - parole sue - «bullizzare». Non mostrarsi deboli, anche per ragioni interne, è da sempre il mantr…
ROMA – Mentre il mondo frastornato si interroga su come rispondere all’assalto commerciale di Trump, la Cina non aspetta neppure la fine della sua festa nazionale dei defunti e replica dazio per dazio. Ieri nella sera d’Oriente, mattina americana, Pechino ha annunciato un pacchetto di ritorsioni che include una tariffa del 34% su tutte le importazioni americane, equivalente alla tassa extra imposta mercoledì da Trump sul made in China che si aggiunge al 20% già sfoderato nelle settimane precedenti. La risposta cinese scatterà giovedì, un giorno dopo i dazi americani, e aumenta i rischi di una escalation tra le superpotenze. Via social Trump ha subito replicato, scrivendo che «la Cina ha sbagliato mossa, è andata nel panico – l’unica cosa che non può permettersi di fare!».
La leadership comunista però conferma che, in attesa di un eventuale negoziato tra Xi e Trump, non intende farsi - parole sue - «bullizzare». Non mostrarsi deboli, anche per ragioni interne, è da sempre il mantra di Pechino. Ma se a volte ha optato per una risposta da minimo sindacale, questa appare – forse inevitabilmente - molto energica. Le mega tariffe “valgono” meno di quelle americane, visto che la Cina esporta negli States beni per 427 miliardi e ne importa per soli 148, però le autorità hanno estratto anche le altre armi del loro crescente arsenale di guerra commerciale: hanno sospeso l’autorizzazione a importare per sei società Usa, tra cui aziende di pollame e sorgo, e ne hanno messe undici sulla lista nera; hanno lanciato una investigazione sull’import di apparati medicali e sull’azienda chimica DuPont; hanno approvato nuove limitazioni delle terre rare, di cui la Cina ha il monopolio e che sono indispensabili in varie produzioni civili e militari. Il tutto completato da un ricorso a quel che resta dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Di tutte le leve a sua disposizione, almeno per il momento, Pechino evita solo la svalutazione del suo renminbi, che amplierebbe lo scontro anche all’esplosivo fronte delle valute. I dossier sul tavolo in ogni caso sono già numerosi, dal destino di TikTok a quello del Canale di Panama e gli altri porti di proprietà del colosso di Hong Kong CK Hutchison, di cui le autorità comuniste stanno cercando di bloccare la vendita alla cordata “americana” guidata da Blackrock, per arrivare al traffico di oppioidi che Trump accusa Pechino di non voler contrastare.
La simbiosi economica sempre più profonda tra gli Stati Uniti e la Cina “fabbrica del mondo” ha plasmato l’epoca della globalizzazione, e l’offensiva Maga ne conferma la fine. Con le ultime tariffe, calcola il think tank Peterson Institute, il dazio medio imposto dagli Stati Uniti sui prodotti merci cinesi sale al 76%, mentre la ritorsione cinese porta quello sulle merci Usa al 50%.
Se il divorzio sarà violento oppure gestito è la grande incognita, di fatto irrisolvibile con Trump di mezzo. Ma l’escalation commerciale tra i due Paesi aggiunge un’ulteriore paura all’Europa, visto che l’impressionante flusso di merci cinesi (ma anche vietnamite, o cinesi travestite da vietnamite) respinte alla dogana americana cercherà fisiologicamente altri sbocchi. Ieri il Financial Times scriveva che Bruxelles sta preparando delle misure di emergenza per evitare un’inondazione di prodotti a basso costo, dall’elettronica, ai giocattoli ai beni industriali, che farebbero concorrenza a quelli europei. Tra le ipotesi, anche quella di bloccarli con tariffe, ma con l’ovvio rischio di ritorsioni cinesi. Anche perché puntare sull’export è la strategia con cui Xi cerca di risollevare l’economia nazionale spompata e sfiduciata dallo scoppio della bolla immobiliare.
Un avvicinamento tra Bruxelles e Pechino, ipotizzato da alcuni come reazione allo sconquasso trumpiano, è insomma tutt’altro che scontato.