Mentre governi, aziende e produttori sono alle prese con le percentuali mostrate alla lavagna da Donald Trump, è facile che i primi a dover fare i conti con prezzi maggiori sulle etichette siano i consumatori statunitensi. Quando è stata svelata la formula utilizzata per individuare il numero da assegnare a ciascun Paese, è apparso chiaro che non sarebbero stati colpiti quelli con le barriere più elevate contro Washington. Piuttosto, quelli da cui è più dipendente.
Per scarsa competitività o capacità di assorbire la domanda interna. E così i destinatari delle tariffe non sono solo intere e collaudate filiere con sede a Roma, Berlino, Pechino o Tokyo. Ma anche la qualità delle materie prime e i prodotti finiti. È il caso ad esempio dei formaggi e del vino made in Italy, per i quali si prevedono aumenti considerevoli che andranno tra le altre cose a premiare la concorrenza sleale dell’italian sounding.
Mentre governi, aziende e produttori sono alle prese con le percentuali mostrate alla lavagna da Donald Trump, è facile che i primi a dover fare i conti con prezzi maggiori sulle etichette siano i consumatori statunitensi. Quando è stata svelata la formula utilizzata per individuare il numero da assegnare a ciascun Paese, è apparso chiaro che non sarebbero stati colpiti quelli con le barriere più elevate contro Washington. Piuttosto, quelli da cui è più dipendente.
Per scarsa competitività o capacità di assorbire la domanda interna. E così i destinatari delle tariffe non sono solo intere e collaudate filiere con sede a Roma, Berlino, Pechino o Tokyo. Ma anche la qualità delle materie prime e i prodotti finiti. È il caso ad esempio dei formaggi e del vino made in Italy, per i quali si prevedono aumenti considerevoli che andranno tra le altre cose a premiare la concorrenza sleale dell’italian sounding.
I disagi non riguardano solo l’Italia: nell’industria della birra europea si stimano circa 100 mila posti di lavoro a rischio, solo per citare un caso. Anche i consumatori a stelle e strisce avranno brutte sorprese. Alcuni tra i marchi di abbigliamento più famosi producono all’estero, in Cina, India e Vietnam. E lo stesso vale per i giganti del tech, come Apple, Nvidia, Amazon. Per gli analisti, scaricheranno quasi totalmente gli aumenti sui clienti. Un effetto assolutamente prevedibile.
Apple e Amazon scaricano sui clienti. Soffre Nvidia ma anche la Disney
Durante il primo mandato di Trump, Apple si mise al riparo dai dazi di allora spostando la produzione dalla Cina ad altri Paesi, come India e Vietnam. Destinatari dal 2 aprile scorso di nuove tariffe sull’export, al 46 e 26%. Negli Stati Uniti vengono consegnati ogni anno oltre 50 milioni di iPhone, per la maggior parte prodotti ancora in Cina (con nuovi dazi al 54%).
Gli analisti di Counterpoint Research e Rosenblatt Securities stimano un aumento del prezzo degli smartphone della Mela fra il 30 e il 43%. Il modello più economico di iPhone 16 passerebbe da 799 a 1.142 dollari, la versione Pro Max arriverebbe a 2.300 dollari. Le vendite a Wall Street tradiscono il nervosismo degli investitori nei confronti della tech company, che giovedì ha perso 300 miliardi di capitalizzazione. Amazon nella stessa giornata ne ha bruciati 190. L’azienda di Bezos fa da vetrina digitale a centinaia di migliaia di venditori, la metà dei quali cinesi, secondo Marketplace Pulse.
Per Bank of America, Amazon – come eBay – sarà in grado di sostituirli nel medio periodo. E guadagnando dalle commissioni, in percentuale sul prezzo, i maggiori costi saranno scaricati sui consumatori. Soffre Nvidia, leader dei chip, che dipende dalle importazioni da Taiwan (con tariffe al 32%) e in un solo giorno ha perso oltre 200 miliardi. Nei guai anche Disney, che gestisce parchi a tema e viaggi in crociera, e negli ultimi giorni ha chiuso con pesanti perdite. Il rischio di stagnazione spaventa i consumatori e li scoraggia a spendere in intrattenimento
Il Vietnam pesa su Nike. Adidas può sorridere
Le tariffe colpiscono le aziende dello sportswear e delle sneaker, perché oltre alla Cina (54%), vengono pesantemente tassate anche le produzioni in Vietnam (46%), Cambogia (49%) e Bangladesh (37%). Ma paradossalmente fanno più male al colosso mondiale del settore Nike - che produce molto in Vietnam - che alle griffe europee come la svizzera On e le tedesche Adidas e Puma.
Secondo un studio di Ubs, Adidas potrebbe essere avvantaggiata dalla guerra dei dazi, perché ha una limitata esposizione verso gli Usa (solo il 20% dei ricavi), scorte contenute e una buona diversificazione delle sue produzioni, che le permetteranno di sfruttare a proprio vantaggio i nuovi dazi di Trump. Puma (22% dei ricavi in Usa) produce invece molto sia in Cina (32%) che in Vietnam (30%), non a caso ieri ha nominato ad l’ex manager di Adidas Arthur Hoeld, al posto di Arne Freund.
Campari e Ricard tremano. Meno esposta Heineken
Le aziende di alcolici, birre e vini europei hanno poco da brindare. Secondo il Financial Times, nel comparto della birra del Vecchio continente – che dovrà fare fronte a una tariffa maggiorata del 25% – sono a rischio 100mila posti di lavoro, dato che lo scorso anno sono state esportate birre per 870 milioni di euro. Ma se il danno rischia di essere enorme, non tutte le marche lo pagheranno in uguale misura: l’olandese Heineken (che esporta negli Usa solo il 4% delle sue bevande) è meglio posizionata del colosso Anheuser-Busch InBev, che oltre all’americana Budweiser, produce anche le messicane Corona e Modelo.
Secondo uno studio di Ubs, le aziende europee degli spirits più colpite dai dazi sono la francese Rémy Cointreau (che realizza il 34% dei suoi ricavi in Usa), e l’italiana Campari (29% del suo fatturato e della sua redditività) e la francese Pernod Ricard (19% dei ricavi)
Fino al 35% in più per il Parmigiano. E agli altri Dop può andare peggio
Formaggi e vino rischiano di essere fortemente penalizzati dalla guerra dei dazi. Le misure decise dal presidente Trump peseranno di più su alcuni prodotti. «Il prezzo dei formaggi salirà in modo considerevole – spiega il professor Felice Adinolfi, docente di Economia agraria all’Università di Bologna e direttore del Centro studi Divulga – Per il Parmigiano Reggiano ci potranno essere rincari fra il 20 e il 35%. Altri formaggi dop italiani potrebbero subire aumenti più consistenti perché risentiranno della crescita del prezzo della soia
e della concorrenza dell’italian sounding e di altri prodotti locali o provenienti da Canada e Messico. Nel settore vinicolo a pagare di più saranno i prodotti della gamma intermedia. Ne risentirà di meno l’olio extravergine di oliva dop italiano, perché è un prodotto di cui è difficile trovare un sostituto sul mercato Usa». Nel settore zootecnico la situazione potrebbe peggiorare con l’entrata in vigore dell’accordo fra Ue e Mercosur.
«Il combinato disposto fra i dazi e l’accordo – dice Adinolfi – provocherà un aumento delle importazioni soprattutto di carne bovina dal Mercosur, danneggiando i grandi produttori europei». Sugli aumenti peserà anche la logistica. «Non appena i traffici di merci, non soltanto alimentari, cominceranno a calare – spiega Adinolfi – i prezzi dei servizi logistici andranno su ripercuotendosi sulle quotazioni di tutti i prodotti»