Pnrr, i ritardi frenano la crescita. L’Ue: “Via i progetti impossibili”
di Giuseppe ColomboIl vicepresidente esecutivo della Commissione Ue Raffaele Fitto e il commissario Ue all'Economia Valdis Dombrovskis
ROMA - La spinta del Pnrr alla crescita rischia di farsi debole. Un problema per la domanda interna che invece è chiamata a correre più del previsto a causa dei dazi americani che limiteranno il contributo dell’export.
A impattare negativamente sulla leva del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono i ritardi. Muove proprio da qui l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Pnrr di The European House-Ambrosetti per misurare gli effetti al ribasso sul Pil: “La capacità di Next Generation Eu di incidere sul tessuto economico europeo - si legge in un passaggio del documento - è inevitabilmente legata alla capacità di realizzazione e di spesa: ulteriori ritardi nelle implementazioni si ripercuoteranno su un’ulteriore riduzione dell’impatto sulla crescita”.
L’alert ha un respi…
ROMA - La spinta del Pnrr alla crescita rischia di farsi debole. Un problema per la domanda interna che invece è chiamata a correre più del previsto a causa dei dazi americani che limiteranno il contributo dell’export.
A impattare negativamente sulla leva del Piano nazionale di ripresa e resilienza sono i ritardi. Muove proprio da qui l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Pnrr di The European House-Ambrosetti per misurare gli effetti al ribasso sul Pil: “La capacità di Next Generation Eu di incidere sul tessuto economico europeo - si legge in un passaggio del documento - è inevitabilmente legata alla capacità di realizzazione e di spesa: ulteriori ritardi nelle implementazioni si ripercuoteranno su un’ulteriore riduzione dell’impatto sulla crescita”.
L’alert ha un respiro europeo, ma "la situazione italiana” - recita lo studio - è “esemplificativa di come Next Generation Eu non sia riuscito a tradursi pienamente in impulso all’economia reale”. E questo perché “nonostante una situazione che, almeno sulla carta, sembra avanzata”, con il 43% degli obiettivi raggiunti, a dicembre 2024 erano stati spesi solo 63,9 miliardi su un totale di 194,4. Appena 18,3 nell’ultimo anno. Significa che Roma dovrà impiegare 130,5 miliardi in un anno e mezzo, oltre sette volte rispetto a quanto speso nel 2024.
Un impegno che appare oramai fuori tempo massimo al punto che la Commissione europea è arrivata a raccomandare ai Paesi membri di "valutare i Pnrr in modo critico e, se ci sono progetti d’investimento che non possono essere completati entro la scadenza di agosto 2026, anche ad adeguare i loro piani”. Il monito del commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, è andato anche oltre. Ha invitato a eliminare i progetti in bilico e a sostituirli con altri realizzabili entro la scadenza del Recovery, oppure a dividerli in due per poi finanziare “ciò che manca con altri strumenti Ue o del bilancio nazionale”.
Soluzioni a cui guarda anche il governo italiano, come anticipato a Repubblica dal ministro per il Pnrr, Tommaso Foti, che ha messo sul tavolo l’idea di spostare alcuni investimenti dal Piano alla Coesione.
Il travaso garantirebbe fino a quattro anni e mezzo in più per completare le opere in ritardo. E diminuirebbe l’impatto sul debito perché verrebbero definanziati anche i progetti che oggi sono alimentati con i prestiti Ue a fronte di un rifinanziamento con i fondi di coesione che hanno la forma delle sovvenzioni.
Ma il rinvio dei progetti da una programmazione all’altra avrebbe anche un effetto negativo sulla crescita: l’impatto del Pnrr sul Pil potrebbe risultare più fiacco. L’ultima previsione del governo è dello scorso settembre: la stima del beneficio cumulato al 2026 oscillava tra 3,1 (scenario prudenziale) e 3,7 punti percentuali, in presenza di un’efficienza alta. L’impatto sulla crescita era stato rivisto al ribasso per il 2024-2025, e alzato per il 2026. A patto, però, di spendere. Con 130,5 miliardi da mettere a terra in 18 mesi, le stime rischiano ora un taglio importante.