CASTENEDOLO (BS) – Lavorare in autogestione per non veder sparire il posto di lavoro anche se qualcuno, dall’altra parte dell’Atlantico, ha deciso che quel posto non è più redditizio. Colpa della crisi e della flessione del mercato, che ha portato a una riduzione di circa il 20% dei ricavi. Tanto è bastato al fondo Cerberus per provare a spegnere le luci, mettendo in liquidazione la Stanadyne di Castenedolo (Brescia). I dipendenti si sono ribellati, alternando le proteste al lavoro in fabbrica, e con il supporto di sindacati e Confindustria dopo oltre quattro mesi si profila una soluzione: il gruppo tedesco Hatz, produttore di motori diesel, è pronto a rilevare la fabbrica. Ma non è chiaro se Stanadyne, azienda da poco meno di 90 lavoratori che dal ’70 produce pompe e iniettori per propulsori benzina e diesel, accoglierà l’offerta.
«Non vorremmo che alla fine Cerberus insista sulla liquidazione – sottolinea Barbara Basile della segreteria Fiom di Brescia – dopo tutto quello che hanno fatto i lavoratori e il territorio sarebbe un paradosso». La novità è emersa a un tavolo in Regione, dove il liquidatore nominato dal fondo Usa, Angelo Rodolfi, ex ad della società, ha annunciato l’interesse dei tedeschi.
Tutto è iniziato il 4 dicembre. In fabbrica arriva la notizia della liquidazione decisa da Cerberus. Non c’è tribunale di mezzo. L’azienda è sana. Gli americani vogliono solo chiudere. Il liquidatore è Rodolfi, l’ad arrivato pochi mesi prima, ad aprile. Ha sostituito lo storico manager Guido Terzi, rimasto come direttore generale. Un cambio che solo con la scelta di liquidare assume un senso, per i lavoratori. La scelta era già stata presa. Nuovo compito di Rodolfi? Valorizzare al massimo quello che c’è e chiudere. «Non possiamo permetterlo», dicono gli operai.
Scatta il panico tra clienti – compresi in grandi gruppi – e fornitori, che pretendono il pagamento immediato delle fatture. A Brescia si fanno prodotti di nicchia, «particolari e non replicabili – racconta Basile – Potrebbero entrare in crisi le linee di produzione della Fpt Iveco e della PurePower negli Usa, controllata dal fondo Cerberus». Paradossi di chi controlla una miriade di società per cui le decisioni prese da una parte si possono ritorcere sull’altra.
Scattano gli scioperi e i blocchi ai cancelli, ma i lavoratori capiscono subito che la strada da imboccare è diversa se vogliono salvare il loro posto. «Sono stati molto lucidi – racconta Basile – hanno preso in mano la situazione. E deciso di pagare i fornitori, evitare di non ricevere le materie prime e permettere all’azienda di proseguire l’attività».
Scioperi a scacchiera e presidi ai cancelli, per lanciare sos, ma quando non si incrociano le braccia dentro in fabbrica a lavorare. Un modo per evitare di vedere chiusi i cancelli entro giugno di quest’anno, come da missione indicata dalla proprietà. Gli sos non cadono nel vuoto. Brescia risponde. E si mobilita anche la Confindustria alla ricerca di nuovi investitori. «Il compratore c’è, le trattative si possono avviare. Tra l’altro si sono mostrate interessate diverse realtà – racconta Roberto Zini, vicepresidente degli industriali di Brescia – e con il sindacato ci siamo mossi in sintonia per trovare soluzioni positive. Non è la prima volta, era già successo con la Timken».
È l’altra multinazionale Usa che nel 2022 ha deciso di chiudere. Fabbrica rilevata da un gruppo bresciano. «Nulla contro le multinazionali – spiega Zini – ma da parte di un fondo non ci può essere la stessa attenzione di famiglie o imprese radicate sul territorio». Ora manca solo il ritiro della procedura di liquidazione, segnale che il sindacato attende come cambio di rotta degli americani.