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L’ultrà reaganiano che tifa contro l’Europa

Stephen Miran, U.S. President Donald Trump's nominee to be chairman of the Council of Economic Advisers, sits on the day he testifies during a Senate Banking, Housing and Urban Affairs Committee confirmation hearing on Capitol Hill in Washington, D.C., U.S., February 27, 2025. REUTERS/Annabelle Gordon (reuters)

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Stephen Miran, capo economista di Trump è l’ispiratore della dottrina dei dazi
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Il cranio rasato a zero gli dà un’aria da duro piú che da intellettuale tecnocrate: ma è lo stesso look di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon. Il volto ha tratti dolci, quasi infantili, che lo fanno sembrare più giovane dei suoi 41 anni: uno studente di college più che un agguerrito economista. Nella foto di gruppo con gli altri membri della squadra di governo formata da Donald Trump per il suo secondo mandato presidenziale, Stephen Miran esibisce un sorriso incredulo: come di uno che stenta a credere di trovarsi lì. Eppure è il Chair of the Council of Economic Advisers, il capo del gruppo dei consiglieri economici della Casa Bianca, cabina di regia delle scelte economiche del trumpismo. Un ruolo a cui è stato chiamato principalmente per le sue idee sui dazi doganali, argomento sul quale aveva scritto e detto molto negli ultimi anni: è lui la mente della guerra commerciale scatenata da Trump nei giorni scorsi contro il mondo intero, il «giorno della liberazione per l’America», come l’…

Il cranio rasato a zero gli dà un’aria da duro piú che da intellettuale tecnocrate: ma è lo stesso look di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon. Il volto ha tratti dolci, quasi infantili, che lo fanno sembrare più giovane dei suoi 41 anni: uno studente di college più che un agguerrito economista. Nella foto di gruppo con gli altri membri della squadra di governo formata da Donald Trump per il suo secondo mandato presidenziale, Stephen Miran esibisce un sorriso incredulo: come di uno che stenta a credere di trovarsi lì. Eppure è il Chair of the Council of Economic Advisers, il capo del gruppo dei consiglieri economici della Casa Bianca, cabina di regia delle scelte economiche del trumpismo. Un ruolo a cui è stato chiamato principalmente per le sue idee sui dazi doganali, argomento sul quale aveva scritto e detto molto negli ultimi anni: è lui la mente della guerra commerciale scatenata da Trump nei giorni scorsi contro il mondo intero, il «giorno della liberazione per l’America», come l’ha definita il presidente.

Il calo dell’occupazione nel manifatturiero Usa

Credenziali impeccabili

Chi è dunque il cervello dell’aumento vertiginoso dei dazi? Le credenziali di Miran sono impeccabili. Nel 2005 si laurea in economia, filosofia e matematica al Boston College. Cinque anni dopo ottiene un PhD, un dottorato in economia, all’università di Harvard, dove diventa un discepolo di Martin Feldstein, uno dei più noti docenti americani in materia, dalla cui classe sono usciti numerosi economisti di fama, tra i quali Larry Summers, futuro ministro del Tesoro Usa, e Jeffrey Sachs, guru dello sviluppo sostenibile. Ma Feldstein era un “falco” dell’economia: quando occupò il posto di capo dei consiglieri economici durante la presidenza di Ronald Reagan (la stessa poltrona su cui siede ora il suo allievo Miran) si scontrò accanitamente con il segretario alla Difesa dell’epoca Caspar Weinberger e con altri plenipotenziari dell’amministrazione che volevano aumentare le spese militari, e più tardi è stato un euroscettico molto critico sull’unione monetaria della Ue. Un estremismo teorico, se così si può chiamare, che ha evidentemente trasmesso al suo discepolo.

Conclusi gli stadi, Miran ha avuto una brillante carriera in campo finanziario, fino a diventare senior strategist di Hudson Bay Capital Management, un fondo di investimenti basato in Connecticut che amministra un capitale di 20 miliardi di dollari; cofondatore di Amberwave Partners, un’altra società di investimenti; e membro del Manhattan Institute, un think tank economico conservatore fondato da William Casey, ex-direttore della Cia sotto la presidenza Reagan. Ha anche collaborato a livello teorico-accademico con Nouriel Roubini, l’ex-studente di Sachs che è stato forse l’unico economista di livello a pronosticare il grande crash finanziario del 2008 e che in passato aveva lavorato nello staff del presidente Clinton. Ma è chiaro che, a differenza di Roubini, le sue simpatie e affinità non vanno al partito democratico. Il legame ideologico di Miran con la destra repubblicana reaganiana appariva segnato, rivelando ambizioni che vanno al di là di fare soldi: voleva fare anche politica. E per la sua generazione il veicolo ideale è Trump.

Il sostegno a Trump

Nel 2020, ultimo anno del primo mandato presidenziale del tycoon, Miran viene nominato consigliere per la politica economica al ministero del Tesoro, guidato da Steven Mnuchin, un ex-banchiere della Goldman Sachs che è uno dei pochissimi membri della prima amministrazione Trump a rimanere al governo per l’intero quadrennio. Ma a novembre del 2020 The Donald perde le elezioni, battuto da Joe Biden, e anche Miran se ne va via con lui. L’ex-presidente, tuttavia, promette di riconquistare la Casa Bianca, nonostante i numerosi processi a cui è sottoposto per una varietà di comportamenti illeciti. E Miran è tra quelli che lo sostengono attivamente: convinto che Trump possa prendersi la rivincita, pubblica studi e articoli in grado di attirarne l’attenzione su un tema su cui il presidente si era già impegnato nel primo mandato e sul quale prometteva di insistere, se avesse avuto l’opportunità di un secondo: i dazi.

Gli effetti indesiderati

In uno di questi pamphlet, intitolato “A user guide to restructuring the global trade system” (Manuale pratico per ristrutturare il sistema commerciale globale), pubblicato nel novembre 2024 e riportato fra gli altri dal Wall Street Journal, Miran affermava senza mezzi termini che l’economia americana avrebbe tratto vantaggio da un aumento generale delle tasse doganali che le portasse a un livello medio fra il 20 e il 50 per cento: esattamente ciò che ha annunciato Trump il 2 aprile nel discorso sul prato della Casa Bianca. «Soluzioni unilaterali potrebbero provocare effetti indesiderati, come la volatilità dei mercati», ammette Miran nel suo paper, prevedendo quello che sta accadendo o potrebbe presto accadere, minacce di misure analoghe da parte dei Paesi colpiti dall’aumento dei dazi Usa, instabilità delle Borse, rialzo dell’inflazione negli Stati Uniti, facendo abbassare «la portata dei guadagni potenziali nel ridisegnare il sistema del commercio mondiale». Per lui, come per Trump, questi «guadagni potenziali» che l’America otterrebbe sono la reindustrializzazione, nuovi posti di lavoro, la difesa dell’interesse nazionale, che il presidente nel suo discorso ha quantificato in «trilioni di dollari». Obiettivo che, sostiene Miran, necessita però di altre misure, quali un deprezzamento del dollaro rispetto alle altre valute, con un “Mar-a-Lago accord” simile al “Plaza accord” del 1985 che profuse un calo della valuta americana rispetto allo yen e al marco tedesco per sospingere la manifattura Usa. Anche questo un déjà vu del reaganismo. La cui celebre ricetta per rilanciare l’economia, detta “supply side” (abbassare le tasse, tagliare la spesa pubblica e deregulation), fallì, finendo per favorire solo i ricchi. Molti economisti si aspettano che la guerra dei dazi ideata dal cervellone di Harvard Stephen Miran farà la stessa fine. Parafrasando il noto detto, la storia a volte si ripete: la prima volta in tragedia, la seconda pure.

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