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Dal petrolio ai farmaci: con i dazi chi sale, chi scende e chi aspetta

(agf)
Le Borse europee hanno bruciato quasi duemila miliardi, ma non tutte le aziende saranno colpite allo stesso modo dalle misure lanciate dagli Usa sul commercio
3 minuti di lettura

MILANO – Dall’annuncio dei dazi le Borse europee hanno mandato in fumo 1.924 miliardi di euro di controvalore. Ma nel panico, gli investitori hanno venduto indistintamente sia le aziende che esportano, sia quelle domestiche che non subiranno danni dalle tariffe Usa. Il conto più salato l’hanno pagato le banche, ma sono crollate anche le quotazioni di industrie anticicliche del settore lusso, farmaceutica e difesa. Non solo il comparto auto, che ha una tariffa speciale al 25%, ma anche il petrolio e i titoli energetici hanno perso quota. La paura più grande, è che la guerra commerciale voluta da Trump mandi in recessione l’America, e anche le altre economie del mondo. Timori, che per gli esperti, sembrano esagerati, salvo nuove ritorsioni come quelle già adottate dalla Cina. Del resto negli ultimi 50 anni di guerre e pandemie, anche Wall Street ha chiuso in profondo rosso solo 4 volte in tutto.

MILANO – Dall’annuncio dei dazi le Borse europee hanno mandato in fumo 1.924 miliardi di euro di controvalore. Ma nel panico, gli investitori hanno venduto indistintamente sia le aziende che esportano, sia quelle domestiche che non subiranno danni dalle tariffe Usa. Il conto più salato l’hanno pagato le banche, ma sono crollate anche le quotazioni di industrie anticicliche del settore lusso, farmaceutica e difesa. Non solo il comparto auto, che ha una tariffa speciale al 25%, ma anche il petrolio e i titoli energetici hanno perso quota. La paura più grande, è che la guerra commerciale voluta da Trump mandi in recessione l’America, e anche le altre economie del mondo. Timori, che per gli esperti, sembrano esagerati, salvo nuove ritorsioni come quelle già adottate dalla Cina. Del resto negli ultimi 50 anni di guerre e pandemie, anche Wall Street ha chiuso in profondo rosso solo 4 volte in tutto.

Il conto più salato lo pagano le banche. Per la crisi auto un altro duro colpo

I dazi schiantano le quotazioni delle banche, tra le più colpite. L’indice Stoxx Banks 600, dopo il -13% settimana scorsa, ha perso un 3,4% ieri. Come sempre i gestori vendono i titoli in plusvalenza: e quell’indice è più che raddoppiato da quando, nel 2022, la Bce rialzò i tassi. Pesa la congiuntura. Il colpo inferto da Trump all’economia mondiale acuirà i tagli al costo del denaro, sgonfiando i margini d’interesse bancari. La fuga dalle Borse limerà le commissioni di gestione. E la possibile recessione riavvierà le perdite su crediti, ora ai minimi storici. Ubs ha provato a contare i danni, stimando che l’attuale shock provochi uno 0,5% di maggiori tagli dei tassi Bce – levando al settore il 4% di utili - e un +20% di perdite su crediti, per un calo del 10% degli utili. Ma anche in questo scenario, per Ubs la reazione dei mercati pare eccessiva. Anche il comparto automobilistico paga dazio, il settore ha una tariffa speciale tutta sua del 25%, che fa male soprattutto a Stellantis. Banca Akros stima che il gruppo italo francese subirà un calo di 1,5-1,7 miliardi a livello di utile operativo.

Energia, reti e tlc: i settori immuni al rischio tariffe. E il lusso resiste

I titoli delle reti (Terna, Snam, Italgas, Inwit), ma anche quelli delle multiutility (A2a, Hera), dei servizi (Poste e Tim), della farmaceutica e della diagnostica (Recordati e Diasorin) non sono toccati dai dazi, e potrebbero risentire solo degli effetti indiretti e di una recessione in Italia. «L’andamento violento dei mercati sconta effetti dirompenti sull’economia reale, che al momento non si vedono – spiega Gianmarco Bonacina, responsabile Equity Research di Banca Akros – Bankitalia e Confindustria hanno rivisto le stime di crescita del PIL Italiano per il 2025 rispettivamente da +0.8% a +0.6% e da +0.6% a +0.2% e non prevedono una recessione. L’indice principale di Piazza Affari è invece sceso da un multiplo di 10,5 volte gli utili attesi per fine anno a un multiplo di 9 volte, inferiore alla media storica di 12 volte gli utili. Stesso discorso per l’SP 500 che è crollato da una media di circa 23 a una di 18 volte utili attesi, contro una media storica di 20 volte gli utili». Anche il lusso (Moncler e Cucinelli), con Ferrari impattata per solo 35 milioni, dovrebbe riuscire a compensare l’effetto dei dazi con un aumento dei prezzi.

La soluzione: made in Usa e prezzi più alti

Una serie di aziende italiane come Buzzi Unicem, Prysmian e Tenaris, che hanno importanti siti produttivi in Usa, non soffriranno per i dazi, ma rischiano di pagare il costo di un rallentamento dell’economia americana, nonché della perdita di valore del dollaro e dei loro utili in valuta locale. «Oltre all’effetto diretto dei dazi , potrebbero esserci ritorsioni da parte dei singoli stati, come è già successo in Cina - ricorda Gianmarco Bonacina, responsabile Equity Research di Banca Akros - ed effetti indiretti, come quello dei consumatori Usa, che hanno i loro risparmi e i loro fondi pensione investiti in Borsa, i quali spaventati dai crolli, potrebbero essere indotti a spendere di meno. Tuttavia l’effetto sui mercati è superiore rispetto alle possibili contrazioni degli utili aziendali, che si possono stimare oggi». StMicroelectronics, ad esempio, è un importante fornitore di Apple e di tanti componenti per l’elettronica di consumo, acquisti che gli americani ora potrebbero rinviare. Stesso discorso per De’Longhi, che realizza circa un quinto dei suoi ricavi in Usa: il gruppo che produce piccoli elettrodomestici proverà ad alzare i prezzi per tenere alti i margini, ma così facendo rischia anche di vendere meno delle attese.

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