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Shiller: “Panico e recessione. Mercati insofferenti, c’è un clima simile al ’29”

Robert James Shiller

 

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Il premio Nobel: “Mi sono chiesto cosa significasse l’uscita estemporanea di Hasset. Ormai non si può escludere che fosse concordata”. Il presidente Usa? “In Trump si combinano la più sconfortante impreparazione economica e un’ostinazione di tipo adolescenziale”
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ROMA – Dovreste parlare con mia moglie, che scese in piazza tanti anni fa per protestare contro la guerra del Vietnam mentre io non avevo altrettanto coraggio, e oggi mi incoraggia a partecipare di nuovo a marce e sit-in». Questa giornata mozzafiato per i mercati sta per finire, e Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, premio Nobel nel 2013 per i suoi studi sui comportamenti umani che influenzano le quotazioni, cerca di trovare un barlume di speranza e di razionalità nel caos assoluto in cui il presidente americano ha gettato il mondo. «Le manifestazioni possono essere se non decisive molto importanti. Trump è un osso durissimo, ma non è invincibile», spiega il professore che fu il primo firmatario di un endorsement pubblico per Kamala Harris. «Magari, se fossimo stati un po’ più decisi…»

Per un attimo a metà mattina (ora americana ndr) si era intravisto un segnale favorevole...

«Sì, anch’io mi sono chiesto cosa significasse l’uscita estemporanea di Kevin Hassett, direttor…

ROMA – Dovreste parlare con mia moglie, che scese in piazza tanti anni fa per protestare contro la guerra del Vietnam mentre io non avevo altrettanto coraggio, e oggi mi incoraggia a partecipare di nuovo a marce e sit-in». Questa giornata mozzafiato per i mercati sta per finire, e Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale, premio Nobel nel 2013 per i suoi studi sui comportamenti umani che influenzano le quotazioni, cerca di trovare un barlume di speranza e di razionalità nel caos assoluto in cui il presidente americano ha gettato il mondo. «Le manifestazioni possono essere se non decisive molto importanti. Trump è un osso durissimo, ma non è invincibile», spiega il professore che fu il primo firmatario di un endorsement pubblico per Kamala Harris. «Magari, se fossimo stati un po’ più decisi…»

Per un attimo a metà mattina (ora americana ndr) si era intravisto un segnale favorevole...

«Sì, anch’io mi sono chiesto cosa significasse l’uscita estemporanea di Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale, sulla moratoria. Dato che qui ormai tutto è possibile, non posso neanche escludere che fosse una mossa concordata per vedere l’effetto che faceva. Sta di fatto che la Casa Bianca ha non solo spazzato via ogni dubbio ma rincarato la dose contro la Cina. Wall Street ha ripreso subito a perdere però, attenzione, ha rallentato la velocità di caduta. Anche perché nel frattempo è sceso in campo contro i dazi un pezzo da novanta come Jamie Dimon, il banchiere più potente d’America, e perfino Musk dà segni di insofferenza. Qualcosa significherà».

Lei è uno dei padri della behavioral economics, l’economia comportamentale: come definirebbe la situazione?

«Per ora, parliamoci chiaro, siamo ancora al panico generalizzato, a un passo dal pericolo concreto di una recessione globale. Per alcuni aspetti siamo vicini a un bis della Grande Depressione, quando lo Smoot–Hawley Tariff Act del giugno 1930 (la crisi era iniziata il 29 ottobre 1929) introdusse tariffe pesantissime su 20mila prodotti d’importazione e affossò definitivamente l’economia non solo americana. Le tariffe furono ritirate in parte nel 1934 ma bisognò aspettare la fine della guerra perché si avviasse davvero un libero scambio. In mezzo sappiamo cosa c’è stato».

Lei ci sta dicendo che dissesti del genere vanno valutati sul lungo termine?

«Esattamente. La guerra commerciale è iniziata e l’aggressore è Trump. Però è troppo presto per prevedere gli sviluppi, anche se le premesse sono inquietanti. Il mercato immobiliare per esempio, a me familiare (il Case-Shiller Index è il parametro di riferimento del real estate, ndr), si è stabilizzato. Certo, bisogna riflettere su un punto: anche negli anni ’30 tutto cominciò con un crollo di Borsa. Allora, tutti compresero la centralità del mercato azionario. In altri casi a dire il vero – il Black Monday del 1987, l’11 settembre 2001 e perfino Lehman del 2008 – dopo neanche troppo tempo la situazione si è riassestata almeno in America».

Quello che sconcerta è l’opera di un uomo solo. Ma non ha intorno a sé qualche consigliere in possesso di un minimo di lucidità?

«Purtroppo in Trump si combinano la più sconfortante impreparazione economica e un’ostinazione di tipo adolescenziale nel decidere tutto come vuole lui. Pensa di essere un genio, uno che divide il mondo in vincitori e perdenti con lui che ovviamente fa parte dei vincitori».

Nel suo libro “Narrative economics” fa l’esempio del primo mandato di Trump: a forza di dire in giro che lui era un m self-made man e un brillante uomo d’affari, tutto da verificare, ha convinto gli americani a votarlo. Ora riuscirà a convincerli che “i dazi sono meravigliosi”, la sua nuova narrazione?

«Per questo, se protestano le piazze, la magistratura, la stampa, perfino i finanzieri, forse si riesce a scalfire il muro di gomma. Abbiamo uno strumento come Internet, utilizziamolo al meglio senza freni. Sarebbe troppo pretendere che Trump capisca il senso dei controlli e della separazione dei poteri in democrazia, però pragmaticamente potrebbe rendersi conto che così non può andare avanti».

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