✕

Monti: “Gli Usa non sono più una democrazia liberale. Un’occasione per l’Europa”

Mario Monti, senatore a vita

 

Ascolta l'audio

Intervista all’ex premier e senatore a vita, che spiega: “Diventiamo l’unico spazio economico e politico che non è una autocrazia. Lo stop di Trump? “Può essere l’ennesimo machiavellismo”
3 minuti di lettura

MILANO – Sotto il maglio di Donald Trump, con la sua pratica di «minaccia, intimidazione ed estorsione, l’America non è più una democrazia liberale, come eravamo abituati a conoscerla. Ma il suo ritiro dalla posizione di guida delle democrazie liberali offre all’Europa un’opportunità. Diventiamo l’unico spazio economico e politico fuori dal grande insieme delle autocrazie». Mario Monti è senatore a vita dopo essere stato, fra l’altro, presidente del Consiglio e commissario europeo. Ma, soprattutto, da decenni, è uno dei protagonisti dei rapporti tra l’Italia e l’Europa e tra l’Europa e gli Usa.

Gli Usa sconvolgono il mondo. Come si spiega l’offensiva sui dazi e ora l’improvvisa frenata?

«È difficile da spiegare. Ma bisogna tener presente che i populisti tendono ad agire pensando solo all’effetto immediato delle loro azioni. Trump vuole impressionare i presunti beneficiari dei dazi tra i suoi elettori, e al tempo stesso indurre alla sottomissione gli altri Paesi. Adesso, la d…

MILANO – Sotto il maglio di Donald Trump, con la sua pratica di «minaccia, intimidazione ed estorsione, l’America non è più una democrazia liberale, come eravamo abituati a conoscerla. Ma il suo ritiro dalla posizione di guida delle democrazie liberali offre all’Europa un’opportunità. Diventiamo l’unico spazio economico e politico fuori dal grande insieme delle autocrazie». Mario Monti è senatore a vita dopo essere stato, fra l’altro, presidente del Consiglio e commissario europeo. Ma, soprattutto, da decenni, è uno dei protagonisti dei rapporti tra l’Italia e l’Europa e tra l’Europa e gli Usa.

Gli Usa sconvolgono il mondo. Come si spiega l’offensiva sui dazi e ora l’improvvisa frenata?

«È difficile da spiegare. Ma bisogna tener presente che i populisti tendono ad agire pensando solo all’effetto immediato delle loro azioni. Trump vuole impressionare i presunti beneficiari dei dazi tra i suoi elettori, e al tempo stesso indurre alla sottomissione gli altri Paesi. Adesso, la decisione di sospendere le misure per 90 giorni potrebbe essere letta come l’ennesimo machiavellismo o come il primo salutare dubbio sull’assennatezza delle misure prese».

Lei è appena tornato da alcuni incontri negli Usa. Impressioni?

«Sono stato alla riunione annuale della Commissione Trilaterale, a Washington. C’è stata una dichiarazione finale, specie su iniziativa europea, ma con un accordo unanime che comprendeva anche gli americani, che sottolinea la necessità di mantenere democrazie liberali, mercati aperti e coordinamento internazionale. Tutte cose che al momento sembrano ripudiate dagli Stati Uniti. Ma la cosa che più mi ha colpito è un’altra».

Quale?

«Ho partecipato anche al convegno dell’Aba, l’associazione degli avvocati americani, per la parte dedicata all’Antitrust. Nella tavola rotonda finale la Commissaria europea responsabile per la Concorrenza, Teresa Ribera, non aveva accanto i colleghi del Dipartimento di Giustizia e della Federal Trade Commission, come è sempre successo, perché l’amministrazione Trump ha vietato ai suoi funzionari di partecipare. Del resto, questo stile, non direi di governo, ma di comando - fondato sulla forza, la minaccia, l’intimidazione e l’estorsione - si dispiega non solo fuori, ma anche all’interno degli Usa. Dalle università ai grandi studi legali, alla pubblica amministrazione, quello che si chiede è fedeltà e obbedienza non allo Stato, ma a chi è stato eletto».

Non siamo più di fronte a una democrazia in senso stretto?

«Perlomeno non ad una democrazia liberale. Certamente c’è stata un’elezione, credo non contestata e regolare. Gli americani hanno deciso di affidarsi a qualcuno nella cui forza credono e che pensano possa portare una soluzione ai loro problemi, come accade nelle autocrazie. Quel che è poi più clamoroso è il repentino mutamento delle alleanze, con l’Europa e in particolare con l’Ue individuata come il primo nemico e soggetta a una narrazione del tutto distorta. L’Europa non è nata per frodare gli Usa, ma è nata anche grazie a loro».

Che cosa può fare ora l’Europa?

«Il ritiro degli Usa dalla posizione di guida delle democrazie liberali, dalla leadership delle moderne economie di mercato, fa sì che l’Ue sia vissuta nel mondo come l’unico grande spazio politico ed economico che non è in mano a un’autocrazia. Trovo molto interessante vedere chi si avvicina oggi all’Ue: Paesi che sono nello spazio economico europeo come la Norvegia e l’Islanda, ma anche il Regno Unito, il Canada, la Nuova Zelanda e l’Australia. L’unico punto su cui penso che Trump abbia ragione, ma dove avevano ragione anche gli ultimi tre o quattro presidenti Usa, è che l’Europa non poteva andare avanti ad avere una difesa così largamente a carico degli Usa. E, aggiungo io, così quasi totalmente nelle mani degli Usa».

Ma rafforzare l’Europa, mentre anche da noi i nazionalismi prosperano non è impossibile?

«Nella storia dell’integrazione europea sono sempre stati i momenti di grave emergenza che hanno aperto gli occhi agli Stati membri e hanno fatto capire che gli inconvenienti del mantenere in certi ambiti poteri nazionali diventavano più grandi degli inconvenienti del trasferire un po’ di sovranità a livello più accentrato».

Insisto. Come si può pensare che oggi molti Stati membri devolvano porzioni di sovranità nazionale?

«Certo, ci sono difficoltà aggiuntive rispetto al passato. L’unica forma di consolazione e di speranza è che in ogni Paese i populisti e sovranisti, quando si avvicinano alla maggioranza o addirittura al governo, diventano più consapevoli della realtà: riducono il tasso di slogan e magari malvolentieri aumentano il tasso di realismo. Del resto, i tre principali movimenti populisti italiani, Fratelli d’Italia, la Lega e i 5 Stelle non propongono più che l’Italia esca dall’Unione europea o dall’euro, anche se continuano, in misura diversa, ad avere una visione miope dell’interesse nazionale».

Lei come lo definisce, questo interesse?

«Credo che non stia nello sforzo - sempre più sovraumano - di presentare positivamente Trump, Vance e le uscite stellari di Elon Musk, ma nel rafforzare l’Ue alla quale apparteniamo. Mi fa molta, davvero molta, impressione il fatto che singole forze politiche italiane, che si dicono sovraniste, si sentano più a loro agio accanto a una leadership americana che segue una logica di intimidazione e di imposizione, mentre considerano un’intollerabile cappa di piombo quell’Europa di cui l’Italia è stata e può essere sempre di più protagonista. In un certo senso non dovremmo essere contenti se mai se l’Italia ottenesse qualche concessione da Trump sul commercio, a meno che non fossero concessioni per tutta l’Ue. Diversamente sarebbe un successo ben effimero».

Torniamo all’Europa. Lei è stato tra i primi a chiedere che le spese per investimenti degli Stati membri non fossero calcolate nei deficit. Ora la Germania ha abbattuto la regola del debito zero. L’Ue dovrebbe tornare sul Patto di stabilità aprendo agli investimenti nella difesa?

«Non è detto che si debba trattare sempre e solo della difesa. Si potrebbero definire periodi lunghi in cui ci sono spese pubbliche in settori considerati prioritari da guardare con maggiore favore. Per esempio, questo è stato fatto quando c’è stato il Covid con le spese per la salute. Le evenienze per un’Europa che si espande saranno diverse, anche se questa è – ovviamente – la fase della difesa».

Leggi i commenti