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Giornata nera per il dollaro e JPMorgan vede ancora una recessione all’orizzonte per gli Usa

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I dati di marzo del Tesoro Usa mostrano che gli introiti alla dogana sono sì saliti di un terzo, a 8 miliardi di dollari, ma il deficit federale e gli interessi sul debito continuano a correre
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MILANO – La sensazione di scampato pericolo che mercoledì aveva fatto impennare Wall Street, dopo la retromarcia di Trump sui dazi reciproci, si è ribaltata in ventiquattr’ore dopo sotto il peso di una guerra commerciale durissima con la Cina. Azioni, petrolio e dollaro: ecco le spie in rosso che dicono dei timori degli investitori per le ripercussioni delle scelte trumpiane. Lo S&P500 ha perso il 3,46% e il Nasdaq il 4,31, risalendo dai minimi grazie a un’asta di Treasury trentennali portata a casa senza grossi patemi e a qualche parola conciliante di Trump: con Xi «troveremo una soluzione».

Ancora una volta il fuso orario ha fatto andare in scena un film diverso da quello dell’Europa, dove gli indici avevano segnato la miglior seduta dal marzo 2022: +3,7% il paniere europeo Stoxx600 (con massimi oltre il +7%), Milano +4,7% (30 miliardi di capitalizzazione ripresa), Parigi +3,8% e Francoforte +4,5%.

Una lettura più ampia della situazione ha però portato Wall Street a v…

MILANO – La sensazione di scampato pericolo che mercoledì aveva fatto impennare Wall Street, dopo la retromarcia di Trump sui dazi reciproci, si è ribaltata in ventiquattr’ore dopo sotto il peso di una guerra commerciale durissima con la Cina. Azioni, petrolio e dollaro: ecco le spie in rosso che dicono dei timori degli investitori per le ripercussioni delle scelte trumpiane. Lo S&P500 ha perso il 3,46% e il Nasdaq il 4,31, risalendo dai minimi grazie a un’asta di Treasury trentennali portata a casa senza grossi patemi e a qualche parola conciliante di Trump: con Xi «troveremo una soluzione».

Ancora una volta il fuso orario ha fatto andare in scena un film diverso da quello dell’Europa, dove gli indici avevano segnato la miglior seduta dal marzo 2022: +3,7% il paniere europeo Stoxx600 (con massimi oltre il +7%), Milano +4,7% (30 miliardi di capitalizzazione ripresa), Parigi +3,8% e Francoforte +4,5%.

Una lettura più ampia della situazione ha però portato Wall Street a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Determinante è stata la precisazione della Casa Bianca sulla tassa doganale da imporre a Pechino: 145%. Come non bastasse, Trump ha imposto dazi al 120% sui pacchi dalla Cina prima esenti, quelli entro gli 800 dollari: citofonare a Shein e Temu per capire il riferimento. Goldman Sachs ha tagliato le stime per Pechino. JPMorgan ha scritto ai clienti che «rimane difficile vedere gli Usa evitare una recessione». E il petrolio Wti ha ceduto più del 3 per cento, a 60 dollari al barile.

Lo Yale Budget Lab calcola che, nonostante il congelamento dei dazi reciproci, il livello effettivo delle tariffe Usa sia ai massimi da inizio Novecento. Insomma, c’è poco da brindare. Anche perché i dati di marzo del Tesoro Usa mostrano che gli introiti alla dogana sono sì saliti di un terzo, a 8 miliardi di dollari, ma il deficit federale e gli interessi sul debito continuano a correre: la motosega di Elon Musk ancora non incide.

Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha detto di «non aver visto nulla di strano sui mercati». Ma l’indice Vix della paura è risalito a livelli di guardia. L’attenzione si è puntata sul dollaro. Già preoccupati dai retroscena di una Cina in azione nello scaricare asset americani, gli investitori hanno assistito alla peggior giornata del biglietto verde dal novembre 2022: l’euro si è rafforzato di oltre il 2%, a 1,12. Contro il franco svizzero, vero rifugio sicuro in questa fase, la moneta Usa è precipitata ai minimi da un decennio.

Un ruolo l’hanno avuto anche i dati dell’inflazione, scesa più delle attese al 2,4% a marzo: la Fed potrebbe avere meno ostacoli al taglio dei tassi, ma sarà decisiva la lettura del prossimo mese. Non a caso i Treasury, ancora molto volatili, hanno visto scendere i rendimenti nelle scadenze brevi e salire in quelle lunghe: la sensazione di fondo resta quella di una sfiducia generalizzata verso gli investimenti a stelle e strisce. L’oro, col dollaro più debole, è salito ancora in area 3.170 dollari l’oncia.

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