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Cambia il vento sulle banche, ma le Ops restano in equilibrio

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L’offerta di Mps su Mediobanca e quella di Unicredit su Banco Bpm sono a sconto per 350 e 700 milioni. Cruciali le prossime assemblee di Montepaschi e di Generali, dove Orcel dovrà scoprire le sue carte
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La tempesta dei dazi voluti e poi in parte sospesi da Donald Trump si abbatte sul settore bancario italiano, già messo alla prova dai venti di consolidamento. Nelle cinque terribili giornate di Piazza Affari che hanno preceduto l’annuncio della sospensione delle tariffe da parte del presidente statunitense, i titoli del credito sono stati tra i più presi di mira, salvo poi recuperare almeno in parte giovedì.

La ragione è semplice: negli ultimi due anni, le quotazioni delle banche si sono impennate, sospinte prima dall’aumento del costo del denaro che ha gonfiato i margini di interesse e poi dallo stesso risiko, entrato nel vivo in autunno. Ora che i dazi di Trump, in uno scacchiere geopolitico internazionale già complesso, aggiungono una variabile in più che rischia di portare recessione prima ancora che inflazione, gli analisti e gli addetti ai lavori guardano alle banche con occhi diversi.

La tempesta dei dazi voluti e poi in parte sospesi da Donald Trump si abbatte sul settore bancario italiano, già messo alla prova dai venti di consolidamento. Nelle cinque terribili giornate di Piazza Affari che hanno preceduto l’annuncio della sospensione delle tariffe da parte del presidente statunitense, i titoli del credito sono stati tra i più presi di mira, salvo poi recuperare almeno in parte giovedì.

La ragione è semplice: negli ultimi due anni, le quotazioni delle banche si sono impennate, sospinte prima dall’aumento del costo del denaro che ha gonfiato i margini di interesse e poi dallo stesso risiko, entrato nel vivo in autunno. Ora che i dazi di Trump, in uno scacchiere geopolitico internazionale già complesso, aggiungono una variabile in più che rischia di portare recessione prima ancora che inflazione, gli analisti e gli addetti ai lavori guardano alle banche con occhi diversi.

«È vero - osserva Carlo De Vanna, corresponsabile della gestione sul mercato azionario italiano di Ersel - che il settore finanziario non è direttamente influenzato dai dazi, ma in realtà l’impatto è indiretto perché le banche finanziano le aziende esportatrici e quindi una parte del loro business è legata al commercio internazionale. Inoltre un’economia in recessione fa aumentare il costo del rischio che è su livelli storici molto bassi e che ha contribuito ai risultati record degli ultimi due anni. Aggiungo che il rallentamento economico potrebbe spingere le banche centrali ad abbassare più velocemente i tassi, penalizzando ulteriormente il margine di guadagno delle banche».

La sfida tra Piazzetta Cuccia e Rocca Salimbeni

Proprio su questo, nei giorni scorsi si sono “sfidati” il numero uno di Mps, Luigi Lovaglio, e quello di Mediobanca, Alberto Nagel. Il tutto nel quadro dell’offerta pubblica di scambio (Ops) annunciata dall’istituto senese su quello milanese. Se Lovaglio ha sottolineato come un’unione delle forze avrebbe aiutato a solcare con più sicurezza queste acque tempestose, Nagel ha invece evidenziato che una recessione, con probabili tassi più bassi, indebolirebbe una banca commerciale come Mps.

In attesa di capire se una recessione prenderà forma e in che misura, i soci senesi sono chiamati a rapporto il 17 aprile per votare l’aumento di capitale alla base del tentativo di conquista di Piazzetta Cuccia. Intanto, la discesa dei prezzi delle azioni bancarie non ha prodotto grandi sconvolgimenti tra le maggiori operazioni in corso, perché si tratta di offerte di scambio (Ops) e perché i cali sono stati generalizzati. L’Ops di Mps su Mediobanca, ai prezzi di venerdì mattina, risultava a sconto per circa 350 milioni, forbice che prima della tempesta dei dazi era stata ben più ampia ma anche più stretta.

Mediobanca e Mps in Borsa nell’ultimo mese

Discorso analogo per l’altra grande operazione in corso, l’Ops di Unicredit su Banco Bpm, in partenza il 28 aprile. A questi prezzi, lo sconto viaggia in area 700 milioni, pure in questo caso non particolarmente diverso da com’era stato prima della buriana di Borsa. «Tutte le maggiori operazioni annunciate - commenta De Vanna - prevedono solo scambio di azioni e, visto che le banche sono scese in misura simile, non ci aspettiamo che cambi nulla. Al limite diventerà più difficile migliorare l’offerta con una componente cash, magari verso la fine del periodo di adesione, come è stato più volte ventilato per Unicredit su Banco Bpm».

Quest’ultima di recente ha conquistato Anima, anche con l’obiettivo di posizionarsi sul risparmio gestito, e quindi sulle commissioni, in un momento in cui dal fronte dei tassi potrebbero giungere meno soddisfazioni. Pur di mettere le mani su Anima, l’ad Giuseppe Castagna ha rinunciato alla condizione legata all’ottenimento dello sconto danese sul capitale (Danish Compromise), poi non accordato dalla Bce.

L’ultimo mese a Piazza Affari per Unicredit e Banco Bpm

Proprio tale circostanza potrebbe fornire all’amministratore delegato di Unicredit, Andrea Orcel, un assist per chiamarsi fuori dall’operazione (per la gioia di Castagna, che sta cercando in tutti i modi difendersi). Orcel ha preso tempo fino al primo luglio per dire se effettivamente comprerà o no Banco Bpm. Se lo facesse, acquisterebbe anche Anima, ritrovandosi in casa una fabbrica prodotto che genera preziose commissioni come non accadeva dai tempi di Pioneer. A quel punto, però, Unicredit avrebbe meno necessità di rinnovare l’accordo di distribuzione di fondi con Amundi, in scadenza nel 2027.

Le possibili mosse di Orcel

Non a caso, stando a recenti indiscrezioni, i rapporti tra Orcel e la controparte francese si sarebbero raffreddati, con ripercussioni a cascata sulla casa madre di Amundi, Crédit Agricole. Il gruppo transalpino, dopo il benestare della Bce, si sta posizionando appena sotto il 20% del Banco Bpm. E con l’Ops di Unicredit ai nastri di partenza, i soci francesi potrebbero rivelarsi piuttosto scomodi per Orcel.

Si arriva così all’altro appuntamento finanziario clou della bella stagione, il 24 aprile: l’assemblea delle Generali, gruppo del quale la stessa banca di Piazza Gae Aulenti è divenuta in tempi recenti socia di peso (al 5,54% secondo Consob tra azioni e derivati ma la quota potrebbe essere ben più rotonda). In occasione del rinnovo del cda, Orcel potrebbe decidere di votare per la lista di minoranza “lunga” del gruppo Caltagirone, che incontra la benedizione del governo, sperando in un aiuto a risolvere l’impasse con i francesi.

Più difficile invece che Unicredit si esprima a favore dei nomi di Assogestioni, che di fatto portano l’imprimatur della concorrente Intesa Sanpaolo. Se invece Orcel sostenesse la lista di maggioranza di Mediobanca, magari decidendo di mollare Banco Bpm (e Anima), l’ad delle Generali, Philippe Donnet, si è già detto disponibile a un accordo, verosimilmente nel risparmio gestito e amministrato e/o nelle assicurazioni.

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