ROMA – Ammettiamo pure che ci sia un problema con la Cina. Ma, a parte che imporre un dazio del 145% non ha nessun senso, quello che doveva fare l’amministrazione era mettere intorno a un tavolo gli alleati: Ue, Giappone, Canada, Corea del Sud, affrontare con lucidità le cause di tensione con Pechino e valutare le soluzioni. Invece Trump ha la scelto la via più sbagliata e guardate che disastro ha combinato». Robert Wescott, economista con PhD alla Penn University e formazione all’Fmi, oggi a capo del think-tank Keybridge di Washington, condusse in quanto consigliere per l’economia internazionale di Bill Clinton il negoziato per l’ingresso della Cina nel Wto alla fine del secolo scorso.
Cos’è andato storto da allora?
«Mettiamo in chiaro che la globalizzazione, di cui l’entrata della Cina nel Wto fu il momento nodale, ha portato benessere a Oriente e a Occidente. A Pechino il reddito pro capite è passato da 400 a 12mila dollari annui, gli investimenti si sono moltiplicati, intere città sono state costruite per ospitare le fabbriche americane o europee, la tecnologia ha raggiunto i livelli più eccelsi. In Occidente abbiamo accesso a una moltitudine di beni a prezzi calanti e gli scambi internazionali sono un motore di sviluppo. Meno del 20% della forza lavoro manifatturiera in America ha dovuto ripiegare su mansioni meno convenienti: tutti gli altri hanno trovato nuovi e più redditizi posti nella finanza, nei servizi, nella formazione».
Si dice che a un certo punto la Cina è diventata “assertiva”.
«Diciamo che Pechino da una quindicina d’anni ha assunto le pretese della potenza economica che stava diventando. Gli Stati Uniti hanno cominciato a guardare con sospetto a questo processo ma si stava attenti a intervenire caso per caso: auto, energie verdi, chip, infine le tecnologie militari che sono l’aspetto più delicato. Si voleva evitare di trasformare in un danno sistemico ogni singola controversia. Poi è arrivato Trump che ha gonfiato a dismisura i rischi e ha sfasciato l’intera economia globale. Senza motivo, senza spiegazioni».
Come finirà?
«Le chance di recessione in America sono del 50-60%. L’Europa seguirà. Ma è tutto molto caotico. Nei miei anni alla Casa Bianca esisteva un processo formale: di fronte a un problema si sentiva il parere dell’industria, dell’export bank, del Dipartimento di Stato e perché no della Cia e del National Security Council. Poi si decideva, ma era una decisione ponderata, ricordo provvedimenti visti e rivisti decine di volte. Ora Trump con un tweet cambia i destini del mondo in nome dei rischi per la sicurezza nazionale».
L’Europa o il Canada sono minacce per la sicurezza nazionale?
«Appunto. La speranza si chiama Ontario Act. In quello Stato canadese, collegato con un ponte agli Usa, viene assemblata la Chevrolet Malibu con componenti che viaggiano su camion da uno stabilimento Gm nel Michigan distante dieci miglia. Per evitare la folle applicazione di dazi a il Senato ha approvato la settimana scorsa una legge apposita, tenuta in sospeso alla Camera con pretesti artificiosi dalla maggioranza repubblicana. Se passa questa legge comincia a essere messo in discussione il potere di Trump».