L’avevano chiamato “Hamilton moment”, l’entusiasmo che circondò la prima emissione di eurobond nell’ottobre 2020 per finanziare i fondi Sure e NextGenEe: 233 miliardi di domanda per un’offerta di 15. La maggior emissione obbligazionaria della storia evocava la centralizzazione dei debiti delle 13 colonie americane nel 1789 voluta dal segretario al Tesoro, Alexander Hamilton. Il tasso d’interesse per la componente decennale risultò negativo (-0,24 per cento), appena superiore ai Bund tedeschi (era un momento particolare con i tassi della Bce a zero). «Sembrava potesse essere l’inizio di un circuito virtuoso destinato a creare una fortezza finanziaria europea, rendere cioè più solida e coesa l’Ue in vista dei rinnovati impegni che l’attendevano, dalla difesa alle transizioni ambientale e digitale», ricorda Massimo Bordignon, membro dell’European Fiscal Board. Un impegno che si è perso per strada. A quasi cinque anni di distanza, siamo tornati al punto di partenza. Gli obiettivi sono sem…
L’avevano chiamato “Hamilton moment”, l’entusiasmo che circondò la prima emissione di eurobond nell’ottobre 2020 per finanziare i fondi Sure e NextGenEe: 233 miliardi di domanda per un’offerta di 15. La maggior emissione obbligazionaria della storia evocava la centralizzazione dei debiti delle 13 colonie americane nel 1789 voluta dal segretario al Tesoro, Alexander Hamilton. Il tasso d’interesse per la componente decennale risultò negativo (-0,24 per cento), appena superiore ai Bund tedeschi (era un momento particolare con i tassi della Bce a zero). «Sembrava potesse essere l’inizio di un circuito virtuoso destinato a creare una fortezza finanziaria europea, rendere cioè più solida e coesa l’Ue in vista dei rinnovati impegni che l’attendevano, dalla difesa alle transizioni ambientale e digitale», ricorda Massimo Bordignon, membro dell’European Fiscal Board. Un impegno che si è perso per strada. A quasi cinque anni di distanza, siamo tornati al punto di partenza. Gli obiettivi sono sempre quelli – anzi sono diventati ancora più cogenti - ma il cammino verso un rafforzamento della base patrimoniale dell’Europa è in salita. «Non se ne esce: servono nuove entrate, con nuovi eurobond o tasse europee, altrimenti sarà vano qualsiasi tentativo di avviare nuove iniziative, e in buona sostanza di contare di più sullo scacchiere mondiale», dice Bordignon.
Come si finanzia il bilancio della Ue (2023)
La perdita di smalto sui mercati
Da un’emissione all’altra (le ultime saranno l’anno prossimo, poi dal 2028 al 2058 sarà tempo di rimborsi), gli eurobond hanno perso smalto sui mercati. Lo spread con i Bund si è allargato fino a sfiorare in certi momenti i 100 punti. Ormai metà dei Paesi europei (non l’Italia) si finanzia a condizioni migliori. «Il tentativo era di creare un “safe asset” sui mercati globali che avrebbe anche rilanciato l’euro come valuta di riferimento (da anni è inchiodato sul 10% delle riserve contro il 60% del dollaro, ndr)», spiega Giampaolo Galli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici. «Questo però presupponeva l’aggiunta di nuove emissioni collegate con nuovi progetti per rendere il mercato secondario più liquido e meno “sottile”, quindi volatile. Gli operatori non si fidano abbastanza dell’Europa se mai avessero bisogno di recuperi urgenti dei capitali».
L’anno zero delle tasse europee
Quanto alle tasse europee, siamo all’anno zero. Una nebulosa di sigle – carbon tax, web tax, plastic tax, Tobin tax, minimun tax e via dicendo – è candidata al rango di tassa europea. «L’ostacolo, riscontrabile per un motivo o per l’altro in tutti i 27 senza eccezione, consiste nella ritrosia a devolvere all’Europa una parte delle tasse che ogni Stato incassa», spiega Daniel Gros, direttore dell’Institute for european policymaking della Bocconi. «Non sfugge a questa pastoia neanche l’Iva, la più europea delle tasse come concezione: i Paesi girano all’Europa non più dello 0,3% di quanto incassato. È vero che trattandosi di grosse somme ne viene fuori un ammontare discreto, ma proprio per questo basterebbe un piccolo sforzo per aiutare Bruxelles ad elevare il suo bilancio dall’attuale 1% del Pil complessivo».
Nelle tabelle del budget preventivo 2025 dell’Ue, l’Iva è contabilizzata per 24,4 miliardi su un totale di risorse di 151,2 miliardi. «La maggior voce del bilancio comunitario (98,6 miliardi per il 2025, ndr) è costituita dai contributi diretti nazionali stabiliti sulla base del Pil, che sono quelli più a rischio in un’epoca di montanti sovranismi», riflette Angelo Baglioni, economista internazionale della Cattolica. In questo quadro, l’Italia “vale” il 12,9% dell’Ue con una contribuzione di 19 miliardi, compresi 3,1 derivanti dall’Iva e 11,9 come stanziamento diretto del Paese.
Per rilanciare la capitalizzazione dell’Europa, in luglio la Commissione presenterà un libro bianco di proposte in vista dell’approvazione del bilancio pluriennale 2028-2035. «Fra le prime indicazioni – spiega Marcello Messori, direttore della School of european political economy della Luiss – ci sono un aumento delle risorse derivanti dal mercato degli Ets, i “permessi di inquinare”, e un perfezionamento del Cbam, Carbon border adjustment mechanism, una tassa sulla Co2 a carico dei Paesi terzi prevista da anni». L’obiettivo, commenta Tommaso Di Tanno, docente al corso di Corporate tax governance presso la Statale di Milano, «è di creare delle vere tasse comuni su cui l’Ue possa contare, che non debbano transitare per i bilanci nazionali se non per le riscossioni. Per ora, l’unica voce del genere è la tassa sugli imballaggi di plastica che però non frutta che 7 miliardi per tutta Europa, oltre ai dazi doganali (non superano in media il 2%, ndr) che però in questo momento per ovvi motivi si cerca di azzerare».
Web tax europea
La madre di tutte le tasse sarebbe una “web tax” europea: «Per ora si procede su scala nazionale – spiega Andrea Silvestri, avvocato tributarista partner di Legance – e l’Italia è fra i pochi ad aver adottato la Digital service tax, che però è limitata al 3% ed è ancora da perfezionare perché si applica impropriamente sui ricavi e non sui profitti. Trasformarla in tassa europea sarebbe un ulteriore passo avanti, ma realisticamente è difficile coagulare il consenso intorno a un’operazione così complessa e ambiziosa».