Varoufakis: “L’Europa sottovaluta Trump. Un errore reagire, bisogna collaborare con la Cina”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - Incontriamo Yanis Varoufakis, 64 anni, ex esplosivo ministro delle Finanze greco nella crisi dell’eurozona e star della sinistra europea anti-austerità, a margine di un incontro organizzato dalla Foreign Press Association sulla libertà di stampa a Londra. Ospite anche l’ex leader del Labour Jeremy Corbyn.
Varoufakis, che idea si è fatto sui dazi di Trump?
“Nessuno sa cosa giri nella testa del presidente Usa. Ma il suo è un piano molto razionale”.
In che senso?
“È un piano che personalmente non mi piace, ma i leader europei non possono continuare a trattare Trump soltanto come un pazzo. Sono i leader europei a essere dei matti, non lui”.
Ma come fa a dire una cosa del genere, lei paladino della sinistra in Europa?
“Perché i leader europei sottovalutano Trump. Il presidente americano, al di là delle apparenze, ha il pieno controllo della situazione. Vuole rivitalizzare l’economia americana, un po’ come fece Nixon il 15 agosto del 1971 mandando in malora il sistema monetar…
LONDRA - Incontriamo Yanis Varoufakis, 64 anni, ex esplosivo ministro delle Finanze greco nella crisi dell’eurozona e star della sinistra europea anti-austerità, a margine di un incontro organizzato dalla Foreign Press Association sulla libertà di stampa a Londra. Ospite anche l’ex leader del Labour Jeremy Corbyn.
Varoufakis, che idea si è fatto sui dazi di Trump?
“Nessuno sa cosa giri nella testa del presidente Usa. Ma il suo è un piano molto razionale”.
In che senso?
“È un piano che personalmente non mi piace, ma i leader europei non possono continuare a trattare Trump soltanto come un pazzo. Sono i leader europei a essere dei matti, non lui”.
Ma come fa a dire una cosa del genere, lei paladino della sinistra in Europa?
“Perché i leader europei sottovalutano Trump. Il presidente americano, al di là delle apparenze, ha il pieno controllo della situazione. Vuole rivitalizzare l’economia americana, un po’ come fece Nixon il 15 agosto del 1971 mandando in malora il sistema monetario internazionale, con azioni shock (come la fine della convertibilità del dollaro Usa in oro, ndr) che ebbero ripercussioni in Europa e Giappone. Allora come oggi, quella aggressività scatenò incertezza mondiale e tanti dolori immediati per l’economia. Ma nel medio e lungo termine Nixon ebbe ragione”.
Perché?
“Perché Nixon ottenne qualcosa di impossibile fino ad allora, ossia un’egemonia passata da una posizione di surplus a una di deficit e che riuscì ad espandere la propria influenza in proporzione al proprio crescente deficit. L’impero romano non riuscì a farlo e tantomeno quello britannico. Invece, ora l’impero americano con Trump alla guida vuole ripercorrere la stessa strategia shock di deprezzamento del dollaro, ma allo stesso tempo rafforzarlo sul piano internazionale”.
Ma non è una contraddizione?
“Sì, è una contraddizione bellissima. Deprezzare il dollaro ma allo stesso tempo renderlo centrale nei flussi di denaro e beni”.
E allora perché Trump sta facendo marcia indietro sui dazi?
“La strategia di fondo è la svalutazione del dollaro. I dazi sono uno strumento, non la motivazione. Puoi applicarli qua, poi spostarli là, ridurne l’intensità. Ed è proprio quello che Trump sta facendo. Se guardi bene, i dazi del 20% per l’Unione Europea sono già stati ridotti, per 90 giorni, al 10%. Nel frattempo però il dollaro si è svalutato del 10%. Quindi, nel complesso, hai comunque un effetto del 20%. La svalutazione del dollaro è per Trump uno strumento più efficace dei dazi, perché favorisce le esportazioni americane, cosa che i dazi invece non fanno. Quindi dobbiamo smetterla di fissarci su quello che fa Trump. Dobbiamo capire, in Europa, che il nostro modello mercantilista è finito. Non potremo più esportare deflazione nel resto del mondo come abbiamo fatto finora come nell’Eurozona. Non potremo più importare domanda per 240 miliardi di dollari — tanto vale il nostro saldo netto delle esportazioni verso gli Stati Uniti. O rilanciamo gli investimenti, come io dico da tempo, ma anche come ha detto Mario Draghi, oppure restiamo fermi. Dovremmo creare istituzioni che ancora non esistono — e nessuno nemmeno ne parla — per avere altri 600-700 miliardi di investimenti all’anno. Oppure entreremo in stagnazione. E temo che sarà così, perché quando iniziò la crisi dell’euro, c’era una certa Angela Merkel che aveva il capitale politico per introdurre questi cambiamenti. Lo ha sprecato in modo straordinario e ridicolo, insieme a Schäuble, e ora nessuno ha più quel capitale politico. Non Scholz, non Meloni, non Macron. Sono tutti lì, che si agitano come polli senza testa, con ancora un po’ di vita addosso. E lo dico con grande dolore, perché l’Europa è ricca, colta, intelligente. Eppure stiamo entrando in un lungo periodo di stagnazione”.
Quindi non ha senso reagire a Trump?
“No. Non puoi vincere una guerra dei dazi quando hai un saldo netto positivo di 240 miliardi. Hai meno spazio di azione sui dazi, rispetto a lui. In ogni caso, non so se funzionerà la strategia di Trump, dipende da come reagirà il mondo. Per esempio, l’Europa sarà abbastanza intelligente da coordinarsi con la Cina, per fermare questa guerra commerciale dei dazi?”.
Coordinarsi come?
“Fermare questa politica assurda di vietare i pannelli solari cinesi, che invece ci servono e che potremmo anche produrre. Smetterla di imporre dazi altissimi sulle auto elettriche BYD. Trovare un modo di collaborare con la Cina per costruire uno stimolo coordinato, sia in Europa che al di là della Muraglia, per rilanciare gli investimenti e compensare il calo che deriverà dal fatto che le esportazioni tedesche, olandesi, italiane verso gli Stati Uniti diminuiranno. Se facessimo questo, forse il piano di Trump non funzionerebbe. Ma io non vedo il minimo barlume di intelligenza da parte europea”.
Perché?
“Tutto quello che esce da Bruxelles è stupidità organizzata. Continuano a parlare di dazi, di bloccare le esportazioni cinesi verso l’Europa, e comunque — diciamoci la verità — da vent’anni a questa parte, per via di politiche assurde di austerità per i molti e di privilegi per i pochissimi, non abbiamo più fatto investimenti in Europa. È per questo che ci siamo persi la rivoluzione tecnologica. Abbiamo avuto la crisi dell’euro, la pandemia: erano occasioni perfette per consolidare, per rilanciare un piano di investimenti aggregati. Ma non è stato fatto. Qualcuno ne sta parlando? No. Si parla solo di spostare soldi dal settore sociale a Rheinmetall per produrre carri armati che né ci servono né vogliamo. Alla fine, sta a noi reagire in modo positivo a Trump. Ma io non vedo segnali di intelligenza da Bruxelles su questo fronte”.
Ma ricercare una osmosi simile con la Cina non può essere pericoloso, dal punto di vista economico, commerciale e anche geopolitico, come pensa lo stesso Trump?
“Abbiamo visto quando l’Unione Europea è diventata vassalla degli Stati Uniti. Siamo stati trattati come gli idioti che meritavamo di essere trattati. Guardi, il modello economico europeo è molto simile a quello cinese. Entrambi dipendono dalle esportazioni nette verso gli Stati Uniti. Solo che i cinesi hanno la capacità di ribaltare questo modello, perché hanno istituzioni molto migliori delle nostre, solide, omogenee. Negli ultimi vent’anni sono riusciti a investire nei settori che determineranno il futuro: tecnologie verdi, capitale digitale, algoritmi, l’interfaccia tra finanza e capitale digitale, ma anche nelle industrie tradizionali come alluminio, acciaio e così via. In Europa abbiamo ridotto tutto: non abbiamo sviluppato le nuove tecnologie e non abbiamo le istituzioni. Abbiamo una banca centrale ma non abbiamo un veicolo d’investimento aggregato, non abbiamo un Tesoro. Possiamo continuare a sperare che un giorno Trump venga sconfitto e che arrivi un altro Obama. Ma non succederà. Anche quando i Democratici sono tornati con Biden, non hanno cambiato la politics dei dazi imposti da Trump. Quindi questo modello mercantilista, tedesco-centrico dell’Europa è finito. I cinesi stanno trasformando il loro modello, allontanandosi dal mercantilismo. Ora possiamo lavorare con loro, oppure possiamo metterci a pensare con la nostra testa. È questa la scelta, chiarissima”.