ROMA – Dazi e controdazi a tre cifre si sono presi l’attenzione. Ma nel pacchetto di ritorsioni contro le tariffe di Trump, varato lo scorso 4 aprile, la Cina ha inerito anche un’altra arma molto potente. Sono i limiti alle esportazioni di terre rare, 17 elementi chimici fondamentali per produrre i magneti utilizzati da varie industrie strategiche, dall’elettronica ai chip, dalle auto elettriche agli apparati medici, dai laser ai missili e agli aerei da guerra. La Cina ne controlla il 60% dell’estrazione ma soprattutto il 90% della raffinazione e ieri il New York Times ha raccontato che queste nuove restrizioni, in teoria parziali, al momento stanno bloccando quasi tutte le esportazioni dai porti della Repubblica Popolare. Se il blocco proseguirà nel giro di due o tre mesi per le industrie americane saranno guai, viste le limitate alternative a disposizione.
Il dominio cinese sulle terre rare
Quello sulla filiera delle terre rare (a altre materie prime critiche) è uno dei pr…
ROMA – Dazi e controdazi a tre cifre si sono presi l’attenzione. Ma nel pacchetto di ritorsioni contro le tariffe di Trump, varato lo scorso 4 aprile, la Cina ha inerito anche un’altra arma molto potente. Sono i limiti alle esportazioni di terre rare, 17 elementi chimici fondamentali per produrre i magneti utilizzati da varie industrie strategiche, dall’elettronica ai chip, dalle auto elettriche agli apparati medici, dai laser ai missili e agli aerei da guerra. La Cina ne controlla il 60% dell’estrazione ma soprattutto il 90% della raffinazione e ieri il New York Times ha raccontato che queste nuove restrizioni, in teoria parziali, al momento stanno bloccando quasi tutte le esportazioni dai porti della Repubblica Popolare. Se il blocco proseguirà nel giro di due o tre mesi per le industrie americane saranno guai, viste le limitate alternative a disposizione.
Il dominio cinese sulle terre rare
Quello sulla filiera delle terre rare (a altre materie prime critiche) è uno dei primati industriali che Pechino ha puntato con lungimiranza a costruire, e uno dei tanti che fino a ieri il mondo le ha volentieri lasciato visto che estrarle e produrle è un’attività a basso valore aggiunto e altissimo impatto ambientale. La prova è il fatto che sono diversi i Paesi con riserve di terre rare, che così rare non sono, ma anche loro le mandano a raffinare nella Repubblica Popolare. Replicare la produzione in Occidente, cosa che Stati Uniti ed Europa vorrebbero fare per ridurre la propria dipendenza, non è per nulla facile. Trump vuole assicurarsi le risorse di Ucraina e Groenlandia, ma l’Agenzia internazionale per l’energia stima che la Cina resterà dominante anche nel prossimo decennio.
Le spedizioni bloccate
Le limitazioni varate da Pechino riguardano sette di questi 17 elementi. Come detto, sono sulla carta parziali: le aziende cinesi, per lo più di Stato, devono ottenere una licenza per vendere negli Stati Uniti, che in teoria sarebbe loro negata solo se i clienti le usano per applicazioni militari. Il blocco alle dogane potrebbe anche essere burocratico, legato al fatto che il ministero del Commercio non ha ancora messo in piedi il sistema per chiedere le licenze. Ma l’altra ipotesi è che sia un messaggio politico a Trump mandato per via amministrativa: all’occorrenza il blocco può diventare anche totale. E anche se l’esportazione diretta dalla Cina agli Usa non è enorme, e molte terre rare vengono trasformate in Paesi come il Giappone, l’impatto su una serie di industrie chiave sarebbe inesorabile.
Nvidia: “Produrremo i nostri chip negli Stati Uniti”
È l’ennesima prova di quanto sia difficile per gli Stati Uniti (e il mondo) divorziare dalla fabbrica cinese. O, vista da Xi Jinping, di quante “leve” la Cina abbia a disposizione. E l’allarme scatta proprio nel giorno in cui Nvidia, campione americano dei chip che anche di terre rare si nutrono, formalizza l’impegno a realizzare per la prima volta i suoi formidabili processori per l’Intelligenza artificiale negli Stati Uniti. Il valore del progetto non è esplicitato, ma coinvolge il suo storico partner per la produzione, il colosso taiwanese Tsmc, che sta investendo miliardi per costruire nuovi stabilimenti negli States, e gli assemblatori Foxconn (cinese) e Wistron (taiwanese). La produzione di massa “americana” del suo nuovo chip Blackwell, ha detto Nvidia, dovrebbe iniziare tra 12-15 mesi.
Musica alle orecchie di Trump, che se ne prenderà il merito e lo attribuirà ai dazi. Peccato che a rendere possibile gli investimenti di Tsmc in Arizona siano stati i generosi sussidi garantiti dal predecessore Biden con il suo Chips act, piano che Trump ha detto di voler smontare in un ulteriore atto di autolesionismo strategico.
I limiti alle esportazioni
Ma non sarà certo Nvidia a smentirlo. Anzi, l’annuncio di ieri della società è parte di un ben calibrato corteggiamento per influenzare le scelte del presidente su un altro dossier chiave legato alla Cina. L’amministrazione deve infatti decidere se rafforzare ancora i limiti all’esportazione di chip verso il grande rivale, introdotti da Biden per ostacolarne la corsa al primato dell’IA. Secondo molti analisti è urgente, specie dopo l’exploit di DeepSeek, e la decisione pareva pronta. Ma la scorsa settimana sarebbe stata messa in pausa dopo che il patron di Nvidia Jensen Huang, che non vuole perdere quel che resta del ricchissimo mercato cinese, ha partecipato a una delle famose cene di Trump a Mar-a-Lago, biglietto di ingresso un milione di dollari. Pechino e i suoi campioni tecnologici ringraziano.