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Privatizzazioni, il governo rimodula il piano: incassi fino a 17,5 miliardi

(ansa)

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Gli impegni vengono limati al ribasso nel 2025-2026, mentre aumentano l’anno successivo. Oggi la vendita del 14% di Poste può fruttare 3 miliardi rispetto ai 2,5 di ottobre, quando l’operazione è saltata
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Il governo riprogramma il piano sulle privatizzazioni. Lo fa con il Documento di finanza pubblica (Dfp), dove le previsioni sugli introiti dalle cessioni di quote pubbliche vengono ricalibrate rispetto all’impianto definito con il Def 2024: gli impegni vengono limati al ribasso nel 2025-2026, mentre aumentano l’anno successivo, spostando quindi sul 2027 una parte importante dell’azione triennale che punta a raccogliere proventi complessivi pari a circa 17,5 miliardi (lo 0,8% del Pil).

È una tabella a dare forma al nuovo calendario: a fronte di una riduzione di un decimale di Pil quest’anno (da 0,2% a 0,1%) e il prossimo (da 0,3% a 0,2%), l’incasso previsto nel 2027 sale da 0,2 a 0,5 punti.

Rispetto ai 15 miliardi stimati nel triennio in ba…

Il governo riprogramma il piano sulle privatizzazioni. Lo fa con il Documento di finanza pubblica (Dfp), dove le previsioni sugli introiti dalle cessioni di quote pubbliche vengono ricalibrate rispetto all’impianto definito con il Def 2024: gli impegni vengono limati al ribasso nel 2025-2026, mentre aumentano l’anno successivo, spostando quindi sul 2027 una parte importante dell’azione triennale che punta a raccogliere proventi complessivi pari a circa 17,5 miliardi (lo 0,8% del Pil).

È una tabella a dare forma al nuovo calendario: a fronte di una riduzione di un decimale di Pil quest’anno (da 0,2% a 0,1%) e il prossimo (da 0,3% a 0,2%), l’incasso previsto nel 2027 sale da 0,2 a 0,5 punti.

Rispetto ai 15 miliardi stimati nel triennio in base al Pil 2023, il nuovo schema amplia la portata del “bottino”, facendo salire la previsione degli incassi a circa 17,5 miliardi (importo calcolato sul Pil 2024). L’obiettivo resta lo stesso: abbattere il debito e contribuire alla sua sostenibilità. E anche “l’ambizione” - ha assicurato Giancarlo Giorgetti - non cambia. “In questo momento la situazione in tanti settori ci induce a essere prudenti e non fare azioni, diciamo così, che poi alla fine possono rivelarsi controproducenti”, ha spiegato il ministro dell’Economia durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi che ha seguito il via libera del Consiglio dei ministri al Dfp.

Sicuramente le Borse sono le prime a invitare alla prudenza nel riavvio di un eventuale nuovo programma di messa in vendita di quote di partecipate. I dazi annunciati il 2 aprile, e in parte poi sospesi, dal presidente americano Donald Trump hanno condotto a movimenti al ribasso dei mercati azionari come non se ne vedevano da anni. E il ritorno dell’Orso sulle Borse, con l’annesso ridimensionamento dei prezzi, non aiuta certamente il Tesoro a fare cassa. Anche da qui, probabilmente, la decisione di riprogrammare le cosiddette privatizzazioni, nella speranza che nel lungo termine le acque sui mercati si calmino.

Lo scorso ottobre, quando ancora non c’erano le avvisaglie degli scossoni registrati sui mercati nella prima metà di aprile, era saltata all’ultimo momento l’offerta pubblica di vendita (Opv) del 14% di Poste Italiane, delle quali il ministero dell’Economia ha in portafoglio il 29,3% accanto al 35% di Cdp.

L’operazione, che nelle intenzioni del governo dovrebbe essere destinata principalmente ai risparmiatori italiani, dovrebbe essere riprogrammata anche in considerazione del fatto che le azioni oggi viaggiano oltre quota 16 euro l’una rispetto agli oltre 13 euro di ottobre. In altri termini, se lo scorso autunno dalla cessione del 14% si sarebbero potuti incassare tra i 2,4 e i 2,5 miliardi, oggi la cifra sale in area 3 miliardi, anche dopo le turbolenze da dazi.

A novembre, invece, il Mef, non con un’Opv ma con un processo di collocamento accelerato (Abb), aveva incassato 1,1 miliardi scendendo all’11,7% di Mps e vendendone il 15% a investitori italiani: Banco Bpm, Anima (oggi controllata dalla stessa banca milanese), gruppo Caltagirone e Delfin. La stessa “squadra” che dopodomani, all’assemblea di Mps, dovrà decidere se approvare l’aumento di capitale per conquistare Mediobanca. Il “sì” sembra essere scontato, anche se Banco Bpm ha preso tempo fino al cda di oggi per decidere.

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