Piketty: “Gli Stati Uniti hanno perso il controllo: per questo sono così brutali”
dalla nostra corrispondente Anais GinoriPARIGI – Donald Trump applica un metodo brutale e disperato perché la verità è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo». L’economista francese Thomas Piketty analizza le derive del trumpismo, la fragilità dell’egemonia americana e le esitazioni dell’Unione europea di fronte a una nuova fase di instabilità globale. Professore alla Paris School of Economics e autore di bestseller come “Il capitale nel XXI secolo”, Piketty è sempre stato una voce critica del neoliberismo e un sostenitore convinto di un’Europa più integrata e democratica.
Emerge una contraddizione tra la potenza americana e il suo livello di indebitamento?
«Sì, ed è un punto centrale. Il debito verso l’estero degli Stati Uniti è enorme e finora è costato poco, grazie a tassi d’interesse storicamente bassi. Ma ora le cose stanno cambiando. Con tassi al 4 o 5%, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pagare pesantemente il resto del mondo. È una situazione inedita per una potenza dominante. Anche le …
PARIGI – Donald Trump applica un metodo brutale e disperato perché la verità è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo del mondo». L’economista francese Thomas Piketty analizza le derive del trumpismo, la fragilità dell’egemonia americana e le esitazioni dell’Unione europea di fronte a una nuova fase di instabilità globale. Professore alla Paris School of Economics e autore di bestseller come “Il capitale nel XXI secolo”, Piketty è sempre stato una voce critica del neoliberismo e un sostenitore convinto di un’Europa più integrata e democratica.
Emerge una contraddizione tra la potenza americana e il suo livello di indebitamento?
«Sì, ed è un punto centrale. Il debito verso l’estero degli Stati Uniti è enorme e finora è costato poco, grazie a tassi d’interesse storicamente bassi. Ma ora le cose stanno cambiando. Con tassi al 4 o 5%, gli Stati Uniti dovranno cominciare a pagare pesantemente il resto del mondo. È una situazione inedita per una potenza dominante. Anche le potenze coloniali europee avevano deficit commerciali, ma possedevano attivi in tutto il mondo che fruttavano molto più di quanto spendessero».
Vede una logica neocolonialista?
«Trump sogna di tornare a quella logica, appropriandosi in modo brutale di risorse strategiche. Non è fondamentalmente peggiore delle potenze coloniali europee prima del 1914. Semplicemente, sbaglia epoca. Vorrebbe che quella che lui considera la pax americana — il ruolo di bene pubblico globale che gli Stati Uniti garantiscono dalla Seconda guerra mondiale, soprattutto in termini di sicurezza — fosse finalmente retribuita. Pensa che questo debba permettere agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit eternamente. Si è già cominciato a vedere con le sue posizioni su Groenlandia, Panama o sulle terre rare in Ucraina».
È solo una reazione alla perdita di potenza al livello economico e finanziario?
«C’è anche una spinta ideologica. Il trumpismo è prima di tutto una reazione al fallimento del reaganismo. Reagan aveva promesso che la liberalizzazione globale avrebbe arricchito tutti. Quarant’anni dopo, la classe media americana non ha visto alcun beneficio. Da qui, la fuga in avanti verso il nazionalismo, una postura classica a destra. Ma il discorso protezionista è anche contraddittorio: oggi gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Dicono di aver perso posti di lavoro, ma se davvero volessero crearne dieci milioni in più, dovrebbero far arrivare lavoratori messicani e molti più immigrati. Ciò che motiva davvero Trump, J.D.Vance e i miliardari che li sostengono non è tanto la difesa dell’occupazione quanto la perpetuazione di un modello inegualitario e autoritario».
L’Europa negozia sui dazi. Quale potrebbe essere l’esito?
«Non dobbiamo farci dettare l’agenda dai capricci di Trump. L’Europa può diventare un polo di stabilità nella globalizzazione. Significa definire un quadro commerciale e politico credibile, soprattutto verso il Sud globale. Bisogna riequilibrare le istituzioni internazionali — Fmi, Banca mondiale, Wto — dando più peso a paesi come Brasile, India, Sudafrica. Gli occidentali hanno sempre rinviato questo tema, ma oggi non è più possibile. Se l’Europa non prende l’iniziativa, i Brics continueranno a costruire una propria architettura, come stanno già facendo con la New Development Bank di Shanghai. Per ora ha un’influenza limitata, ma crescerà».
Cosa dovrebbe fare l’Ue?
«Una parte importante del deficit commerciale Usa corrisponde al surplus cinese, certo, ma anche a quello europeo. E non si tratta solo di Germania: il surplus riguarda tutto il continente. Ora tutti i paesi che hanno investito per poter esportare si ritrovano penalizzati. L’Europa deve quindi uscire dalla sua postura attendista e malthusiana, ovvero restrittiva. Deve investire di più sul continente, invece di accumulare surplus commerciali che sono il segno di un sottoinvestimento cronico. Ci sono poi decisioni assurde, come comprare armi per compiacere Trump, come se fosse nel nostro interesse».
Quindi è d’accordo con il rapporto di Mario Draghi che raccomanda per l’Ue una terapia d’urto di nuovi investimenti?
«Sì, il rapporto di Mario Draghi va in quella direzione e purtroppo è stato quasi ignorato dai dirigenti europei. Condivido la sua diagnosi, quando afferma che l’Europa è destinata a un’agonia lenta se non agisce. Ci sono però alcune differenze, che non sono solo sfumature. Nel suo rapporto ha una visione tecnocratica, incentrata sul settore privato, mentre io penso che abbiamo bisogno soprattutto di investimenti pubblici, nell’istruzione, nella ricerca, nella sanità, e che dobbiamo inventare nuove forme di governance nel settore digitale per controllare i grandi gruppi privati».