Tremonti: “Sui dazi l’Europa deve trattare come uno Stato unico, è la sua forza”
di Rosaria AmatoGiulio Tremonti, presidente della commissione Esteri della Camera
(ansa)ROMA – Dalla guerra dei dazi si esce con un nuovo assetto della globalizzazione, perché «non si può vivere in un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole», e ricordando che «un tavolo, per reggersi, deve avere almeno tre gambe: Stati Uniti, Cina e Europa». In una pausa del Forum di Confcommercio-Ambrosetti Giulio Tremonti, presidente della commissione Esteri della Camera, ripercorre con Repubblica le vicende che ci hanno portato alla guerra commerciale innescata da Trump, delineando il ruolo che l’Unione Europea può giocare in questa partita
Finora nessun risultato dalle trattative avviate dall’Europa.
«Un aspetto interessante che è tornato a essere chiaro è che, almeno nel commercio con l’estero, l’Europa ha competenza esclusiva: può agire come uno Stato unico, e questo è certamente un punto di forza da cui partire».
ROMA – Dalla guerra dei dazi si esce con un nuovo assetto della globalizzazione, perché «non si può vivere in un mondo in cui l’unica regola è che non ci sono regole», e ricordando che «un tavolo, per reggersi, deve avere almeno tre gambe: Stati Uniti, Cina e Europa». In una pausa del Forum di Confcommercio-Ambrosetti Giulio Tremonti, presidente della commissione Esteri della Camera, ripercorre con Repubblica le vicende che ci hanno portato alla guerra commerciale innescata da Trump, delineando il ruolo che l’Unione Europea può giocare in questa partita
Finora nessun risultato dalle trattative avviate dall’Europa.
«Un aspetto interessante che è tornato a essere chiaro è che, almeno nel commercio con l’estero, l’Europa ha competenza esclusiva: può agire come uno Stato unico, e questo è certamente un punto di forza da cui partire».
Per arrivare dove? Si parla di fine della globalizzazione per come l’abbiamo vissuta finora.
«La globalizzazione è stata una cosa giusta, che però si è sviluppata in un tempo eccessivamente breve. Dal 1994 con l’inizio del Wto, fino al 2001, l’ingresso della Cina, poi l’esplosione della crisi del 2008: credo che mai, nella storia dell’umanità, ci sia stato un cambiamento così forte in un tempo così breve. Molto era prevedibile: per mio conto già nel 1994 ho scritto un libro intitolato Il fantasma della povertà, che guardava agli effetti sociali della globalizzazione in Occidente. Nel 2016 è uscito il libro di Vance, un testo interessante sulla disperazione prodotta dalla fine della fabbrica. Pochi mesi fa il fantasma della povertà si è risvegliato, ha votato repubblicano, ed è arrivato alla Casa Bianca incorporato nell’operaio di Detroit».
Come se ne esce?
«Nel 2008 si è fatto un errore pensando di poter superare la crisi stampando denaro, ha vinto la finanza contro la proposta italiana di un codice di regole che avrebbe integrato gli accordi di Bretton Woods. Fu votato all’assemblea dell’Ocse, si parlava anche del rispetto di regole ambientali e persino igieniche… Ma poi venne battuto dal Financial Stability Board, che di financial stability poi non è che ne abbia avuta molta: da allora la massa monetaria è passata da 1.000 a 6.000».
E adesso un accordo sulle nuove regole che chance può avere?
«Siamo passati dall’utopia del mercatismo, il mercato sopra tutto, e siamo arrivati oggi all’anarchia. Non vedo alternative a un nuovo sistema di regole. Persino nella costituzione del Wto, che è il tempio della globalizzazione, c’è la regola della nazione più favorita: se fai un accordo più favorevole sui dazi, lo devi estendere a tutti gli altri Paesi membri. E per reggersi, un accordo, come un tavolo, deve avere almeno tre gambe: Stati Uniti, Europa e Cina».
Anche l’Ue deve darsi nuove regole, a cominciare dal riarmo?
«Non c’è solo il riarmo, c’è anche l’allargamento. Nel Trattato c’è scritto che tutti gli Stati europei possono entrare nell’Unione proprio perché sono europei, e quindi in prospettiva un allargamento dal Baltico al Mar Nero potrebbe costituire l’unica via per bloccare Putin».