Un deposito per la CO2 nei pozzi sotto l’Adriatico, sfida per salvare il clima
dal nostro inviato Filippo SantelliLa piattaforma Eni Porto Corsini, al largo della costa di Ravenna, dove la CO2 viene pompata nei giacimenti di metano esauriti
RAVENNA – È nella torre più alta che avviene la cattura. I fumi che uscivano dal vecchio camino della centrale di Casalborsetti ora vengono deviati lì, dove una rete chimica di ammine imprigiona le molecole di CO2. Una volta separata, l’anidride carbonica viene pompata in un tubo che percorre i due chilometri fino alla costa, oltre i bacini salmastri - le piallasse - e i casini da pesca della costa ravennate, e poi si tuffa in mare. È lo stesso percorso che dagli anni ‘60 ha portato il metano dell’Adriatico a riva, nelle case e nelle industrie del nostro miracolo economico, ma al contrario. Arrivata alla piattaforma Porto Corsini infatti l’anidride viene inabissata a 3 mila metri e immagazzinata nel giacimento ormai esaurito. «La capacità dei giacimenti adriatici è 500 milioni di tonnellate di CO2, la più importante d’Europa, e noi puntiamo nel 2030 a stoccarne fino a 4 milioni all’anno», dice Salvatore Giammetti, a capo della Carbon capture di Eni, passeggiando in questa vecchia cent…
RAVENNA – È nella torre più alta che avviene la cattura. I fumi che uscivano dal vecchio camino della centrale di Casalborsetti ora vengono deviati lì, dove una rete chimica di ammine imprigiona le molecole di CO2. Una volta separata, l’anidride carbonica viene pompata in un tubo che percorre i due chilometri fino alla costa, oltre i bacini salmastri - le piallasse - e i casini da pesca della costa ravennate, e poi si tuffa in mare. È lo stesso percorso che dagli anni ‘60 ha portato il metano dell’Adriatico a riva, nelle case e nelle industrie del nostro miracolo economico, ma al contrario. Arrivata alla piattaforma Porto Corsini infatti l’anidride viene inabissata a 3 mila metri e immagazzinata nel giacimento ormai esaurito. «La capacità dei giacimenti adriatici è 500 milioni di tonnellate di CO2, la più importante d’Europa, e noi puntiamo nel 2030 a stoccarne fino a 4 milioni all’anno», dice Salvatore Giammetti, a capo della Carbon capture di Eni, passeggiando in questa vecchia centrale dove la società prova a dimostrare la sua tesi: «Senza la cattura non riusciremo a decarbonizzare, e a farlo in modo competitivo: la tecnologia è disponibile e funziona».
Una tecnologia necessaria
Che serva lo riconoscono tutti, dagli scienziati Onu all’Europa. Ogni strategia verso emissioni zero, la salvezza dal disastro, prevede anche di catturare e stoccare sottoterra parte della CO2 che oggi liberiamo in aria. Oltre un miliardo di tonnellate l’anno nel 2030, secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia. Ma quali emissioni? E a che costi? Domande legate su cui un consenso non c’è. Perché se è vero che la cattura è usata da decenni, finora è stata economica solo per le società petrolifere, che ripompavano l’anidride dentro i pozzi per estrarre ancora più idrocarburi. Che sia sostenibile la sua applicazione “ambientale” su larga scala resta un’incognita: al momento si imprigiona solo lo 0,1% delle emissioni globali. Secondo gli ambientalisti è solo un modo per i colossi dell’Oil & Gas di tenere in piedi la loro vecchia infrastruttura, costruendoci dentro un nuovo business. Secondo alcuni analisti rischia di sottrarre sforzi e incentivi alla soluzione principe, ridurre le emissioni. Di nascondere il problema sotto un tappeto di terra e mare.
Tra Liverpool e Ravenna
La cattura, che a sua volta consuma energia, dovrebbe insomma restare un rimedio di ultima istanza. Cioè per le industrie “hard to abate”, dove le emissioni sono giudicate impossibili da limitare. Produzioni in cui la CO2 viene liberata dai processi chimici, come cemento o fertilizzanti. O che hanno bisogno del calore estremo del gas, come acciaio o ceramica. Su 341 milioni di tonnellate emesse in Italia, 70 sono in questa categoria su cui anche Eni dice di volersi concentrare. Il suo progetto nella Baia di Liverpool, che sta entrando nella fase operativa, serve a decarbonizzare un gruppo di industrie dell’area. E a Ravenna, con il favore di amministrazione e sindacati, è pronta a creare un hub di raccolta - via tubi (Snam), navi o treni - e stoccaggio per le aziende di tutto il Mediterraneo. Da noi però il processo è due anni più indietro, perché mancano le norme per definire procedure ed economie.
Il nodo dei costi
Appunto, i costi. In teoria è semplice: perché la cattura convenga a un’industria bisogna che il suo costo sia inferiore all’Ets, cioè il certificato che dà diritto ad emettere. Oggi viaggia sui 65 euro, ma le proiezioni lo danno a 140 nel 2030. «La differenza tra i due valori si è molto ridotta e nei prossimi anni si incontreranno – dice Giammetti – ma la cattura è già competitiva con l’Ets nei casi più favorevoli». Le aziende che devono investire su un impianto però hanno meno certezze, motivo per cui in Italia lo stanno facendo solo in due, Marcegaglia ed Hera, favorite da un paio di circostanze. Hanno vinto entrambe l’Innovation fund Ue, che coprirà un terzo dei costi dell’impianto, decine di milioni. E sono di zona, limitando gli oneri di trasporto della CO2: il termovalorizzatore Hera è a Ferrara, l’hub dell’acciaio Marcegaglia qui accanto, oltre la Piallassa Baiona, il tubo le passa davanti al cancello. Anche in questa situazione ideale, ipotizzando una tariffa di stoccaggio di 35 euro (ma potrebbe essere di più), si stima un costo della cattura tra 120 e 130 euro a tonnellata. Se l’Ets non salisse fin lì sarebbe un guaio: «Compensare la differenza è l’unico modo per dare certezza a investimenti che altrimenti sarebbero al buio», dice Aldo Fiorini, COO di Marcegaglia e direttore dello stabilimento di Ravenna.
Le norme che mancano
Tocca al governo, finora latitante, scrivere le regole del gioco. Stabilire come assegnare le concessioni di stoccaggio, le relative tariffe, i requisiti di monitoraggio dei giacimenti, fissare gli incentivi per gli emettitori. Il ministero dell’Ambiente e dell’Energia – che sul tema non ha voluto rispondere – ha pronto uno studio sulla cattura, base per i successivi interventi. Ma deve soprattutto decidere che ruolo darle nella strategia italiana di decarbonizzazione, e quante risorse. Per portare a bordo un numero significativo di imprese devono essere ingenti: nel Regno Unito il governo Starmer ha impegnato 25 miliardi di euro.
Gli ingredienti della torta
Queste risorse, la cattura se le contende con rinnovabili e accumuli, nucleare, sistemi per abbattere le emissioni, idrogeno. «È una tecnologia molto costosa, che va riservata ai settori in cui non ci sono alternative», dice Chiara Di Mambro del think tank climatico Ecco. «In caso contrario il rischio è intrappolarci, investendo in soluzioni da cui poi sarà difficile staccarsi per decenni. Usarla nelle centrali elettriche per esempio, dove la CO2 è poco concentrata e più costosa da catturare, e dove c’è l’alternativa delle rinnovabili, sarebbe come sparare a un moscerino con un cannone». Dalla loro, gli industriali invocano la neutralità tecnologica: la politica può imporre zero emissioni, ma non come arrivarci. Ed Eni, come molti big del settore, cerca di allargare lo spazio per la cattura. Dice che, magari con nuovi sviluppi, potrà ripulire anche la produzione termoelettrica, quando invece Enel l’ha scartata. E parla dell’idrogeno blu, ricavato dal metano con la cattura, rispetto a quello verde ottenuto dall’acqua, più costoso ma più pulito. «Mettere la cattura in contrapposizione con altre tecnologie ci ha fatto perdere tantissimo tempo - dice Giammetti -. La decarbonizzazione è come una torta, servono tutti gli ingredienti». Sapremo rispettare i dosaggi?