C’è già una prima vittima del contratto di coalizione. O un primo martire, a seconda dei punti di vista. Carsten Linnemann, uno degli uomini più potenti della Cdu, ha annunciato il suo gran rifiuto. Non farà il ministro dell’Economia nonostante tutti lo dessero per scontato. Resterà segretario generale del partito. E secondo indiscrezioni è un chiaro voto di sfiducia verso un contratto di coalizione poco ambizioso e una ripartizione dei ministeri più importanti che è andata soprattutto a favore della Spd. Linnemann sognava di guidare un ministero rafforzato, un dicastero dell’Economia e del Lavoro, e di riscrivere il sussidio di cittadinanza (Buergergeld). E invece resterà a capo del partito. A fare le pulci a Merz, forse.
Le ultime stime sulla crescita tedesca
In effetti il “Koalitionsvertrag”, il “contratto di coalizione” contiene una miscellanea di misure senza grandi ambizioni. E in un contesto grave: la Germania st…
C’è già una prima vittima del contratto di coalizione. O un primo martire, a seconda dei punti di vista. Carsten Linnemann, uno degli uomini più potenti della Cdu, ha annunciato il suo gran rifiuto. Non farà il ministro dell’Economia nonostante tutti lo dessero per scontato. Resterà segretario generale del partito. E secondo indiscrezioni è un chiaro voto di sfiducia verso un contratto di coalizione poco ambizioso e una ripartizione dei ministeri più importanti che è andata soprattutto a favore della Spd. Linnemann sognava di guidare un ministero rafforzato, un dicastero dell’Economia e del Lavoro, e di riscrivere il sussidio di cittadinanza (Buergergeld). E invece resterà a capo del partito. A fare le pulci a Merz, forse.
Le ultime stime sulla crescita tedesca
In effetti il “Koalitionsvertrag”, il “contratto di coalizione” contiene una miscellanea di misure senza grandi ambizioni. E in un contesto grave: la Germania sta entrando nel terzo anno di recessione, negli ultimi decenni ha accumulato un mostruoso gap infrastrutturale (quantificato nello scorso autunno da uno dei principali consiglieri del governo Scholz, Lars Feld, in 400 miliardi), ritardi enormi sull’economia digitale ed è immersa in una crisi strutturale del suo modello basato sull’export. E sui prossimi anni si sta allungando un’ombra particolarmente minacciosa per un Paese così “export-led”.
I dazi minacciati da Donald Trump - stranamente mai citati nel contratto di coalizione - potrebbero arrecare danni micidiali alle prima economia europea. Quando il presidente americano aveva annunciato una barriera doganale del 20%, l’istituto economico IW aveva calcolato un danno di 200 miliardi per Berlino da qui alla fine della presidenza Trump. Nel 2028 l’economia tedesca sarebbe stata di un punto e mezzo più povera. Adesso è tutto per aria, ma è probabile che la spada di Damocle dei balzelli alle frontiere americane prima o poi si abbatta comunque sull’Europa.
Mitigare gli effetti dei dazi
Tuttavia va ricordato un dettaglio importantissimo, che potrebbe mitigare gli effetti devastanti dei dazi di Trump sul Pil tedesco. La Cdu/Csu e la Spd, i due partiti che sosterranno il nuovo governo Merz, si sono regalati una colossale dote finanziaria a debito prima ancora di sedersi al tavolo della trattativa per la definizione del contratto di coalizione. Oltre mille miliardi che potranno essere spesi nei prossimi dodici anni per riavviare la crescita e rafforzare la difesa. E 150 miliardi dei 500 previsti per l’ammodernamento delle infrastrutture saranno già investiti in questa legislatura, indi entro i prossimi quattro anni.
Al di là di questi fuochi d’artificio, resta però il problema di un programma di governo che è una miscellanea di interventi senza un disegno generale. E che solleva persino questioni di sostenibilità finanziaria, soprattutto a causa delle misure volute dalla Spd che garantiscono un assegno decente a chi va in pensione nei prossimi anni ma che si annunciano costosissime per la fiscalità generale (e le generazioni future). I socialdemocratici sono riusciti anche a spuntarla su una misura che è diventata negli ultimi dieci anni una delle bandiere del partito: il salario minimo. La Spd ha fatto campagna elettorale per un aumento del “Mindestlohn” a 15 euro, nel documento si legge che sarà la Commissione per il salario minimo a deciderlo. Ma la stragrande maggioranza degli esperti, basandosi sui minimi tabellari dei contratti nazionali stipulati dai sindacati in questi mesi, scommette su un risultato finale non lontano dai 15 euro all’ora.
Molte cose possono cambiare
Certo, come disse l’ex cancelliere Gerhard Schroeder oltre un quarto di secolo fa, «il contratto di coalizione non è la Bibbia». E molte cose potrebbero cambiare. Ma sulla carta, il governo Merz intende sgravare famiglie e imprese. E su questo punto l’ha spuntata il suo partito, la Cdu/Csu, che aveva promesso di tagliare le tasse e si era opposto a ogni tentativo della Spd di aumentare le imposte ai ricchi. Ma come ha sentenziato Jens Suedekum, economista dell’Università d Duesseldorf, «i tagli per le aziende arrivano tardi e a puntate». Nel contratto di coalizione si legge che «ridurremo le imposte alle piccole e medie imprese entro metà della legislatura». E in effetti gli sgravi arriveranno tardi: un punto all’anno a partire dal 2028. Qualche sollievo in più arriverà dal fatto che gli straordinari saranno esentati dalle tasse e un po’ di ossigeno arriverà anche dall’“Investitionsbooster”, dalle detrazioni sugli investimenti.
Una delle misure più controverse - e costose - fortissimamente voluta dai bavaresi della Csu - sarà il taglio dell’Iva ai ristoratori al 7%. Costerà da sola 4 miliardi di euro. Mentre molti imprenditori avranno appreso con sollievo che le pressioni dei conservatori hanno indotto la futura grande coalizione a cancellare la due diligence sulla catena dei fornitori, un progetto-bandiera dei verdi che puntava a escludere l’arrivo di merci da fabbriche e Paesi che ledono i diritti umani. Il governo Merz promette in generale una sburocratizzazione, ma non è ancora chiaro in cosa consisterà. Nel “Koalitionsvertrag” si legge solo che «i costi per la burocrazia saranno tagliati del 25%» e che le aziende risparmieranno così 16 miliardi di euro.
Il ministero per il Digitale
Una mossa che ha suscitato molti commenti positivi è quella di creare un ministero ad hoc per il Digitale. «Una pietra miliare per la Germania», notoriamente in ritardo su quest’ambito cruciale, ha commentato Bitkom, l’associazione che raggruppa le imprese del settore. La nuova maggioranza nero-rossa vuole anche incentivare la produzione di chip in Germania. L’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente crisi energetica continua ancora a pesare, sul Made in Germany. E il prossimo governo promette dunque un prezzo ridotto per le imprese più energivore e uno sconto generale in bolletta di almeno 5 centesimi per kwh. Anche il cuore dell’industria manifatturiera tedesca, l’auto, sarà incentivato, soprattutto nel passaggio alla mobilità elettrica. Il contratto di coalizione annuncia incentivi agli acquisti, la cancellazione della tassa sull’auto, uno sviluppo rapido della rete delle colonnine di ricarica e bonus mirati per le famiglie meno abbienti che si vorrebbero comprare un’auto elettrica.