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Petrolio e inflazione: l’autogol dei dazi di Trump

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Le tariffe hanno causato un calo del prezzo del greggio che penalizza la produzione Usa. Ma anche venti di rincari che spaventano i consumatori
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Edwin Drake si starà rivoltando nella tomba. Centosessantasei anni fa, in un campo nei pressi di Titusville in Pennsylvania, era stato il primo a realizzare un sofisticato meccanismo per estrarre massicce quantità di petrolio dal territorio americano. Cercava un’alternativa più conveniente al grasso di balena per alimentare le lampade di strade e case Usa, aveva trovato la basi di uno dei più grandi tesori sopra cui il popolo americano dorme da più di un secolo: l’industria del petrolio. Oggi, quella stessa industria che macina ricavi a undici zeri e fa da traino all’intera economia del Paese guarda con preoccupazione alle mosse di Donald Trump. Che tra una minaccia di dazi e un’altra ha spinto le quotazioni del petrolio abbastanza giù da far tremare le gambe ai produttori americani. Prima corteggiati in campagna elettorale con promesse di incentivi alla produzione senza freni al motto di Drill, baby, drill (Trivella, baby, trivella) e ora schiacciati da prezzi troppo bassi per fare d…

Edwin Drake si starà rivoltando nella tomba. Centosessantasei anni fa, in un campo nei pressi di Titusville in Pennsylvania, era stato il primo a realizzare un sofisticato meccanismo per estrarre massicce quantità di petrolio dal territorio americano. Cercava un’alternativa più conveniente al grasso di balena per alimentare le lampade di strade e case Usa, aveva trovato la basi di uno dei più grandi tesori sopra cui il popolo americano dorme da più di un secolo: l’industria del petrolio. Oggi, quella stessa industria che macina ricavi a undici zeri e fa da traino all’intera economia del Paese guarda con preoccupazione alle mosse di Donald Trump. Che tra una minaccia di dazi e un’altra ha spinto le quotazioni del petrolio abbastanza giù da far tremare le gambe ai produttori americani. Prima corteggiati in campagna elettorale con promesse di incentivi alla produzione senza freni al motto di Drill, baby, drill (Trivella, baby, trivella) e ora schiacciati da prezzi troppo bassi per fare davvero tutti i soldi promessi.

La discesa dei prezzi

I numeri, prima di tutto. Al momento dell’elezione di Trump il Wti, il riferimento per il petrolio estratto negli Usa, viaggiava intorno ai 72 dollari. Dopo l’annuncio dei dazi reciproci a inizio aprile è scivolato nelle contrattazioni intraday fino a 55 dollari, ai minimi da quattro anni. E solo i timidi segnali di apertura a un dialogo con la Cina hanno dato ossigeno alla commodity negli ultimi giorni riportandola in zona 65 dollari. Il danno però è fatto. L’ultimo report dell’Agenzia Internazionale per l’Energia segnala che il clima di incertezza legato ai dazi abbatterà la domanda di greggio, e quindi i prezzi. La crescita giornaliera della domanda scenderà da 1,03 milioni di barili al giorno a 730 mila, con la prospettiva di una di discesa a 690 mila nel 2026. Goldman Sachs prevede entro fine anno un calo dei prezzi per il Wti a 59 dollari nel 2025, senza scontare un’ipotetica recessione Usa e ipotizzando un modesto aumento dell’offerta da parte dei Paesi Opec+. Insomma, lo scenario ottimistico.

Lo shale oil penalizzato

In Texas, dove Trump ha prevedibilmente stravinto alle ultime presidenziali, non sono così fiduciosi. La rivoluzione dello shale oil ha fatto letteralmente esplodere di profitti l’industria Usa in tempi recenti. Per capirsi: 15 anni fa gli Stati Uniti producevano 5,4 milioni di barili al giorno. Di questi l’11,8% arrivava dallo shale. Oggi ne producono 13,7 e il 73,6% arriva dallo shale. In soli cinque anni si sono trasformati da importatore a maxi esportatore. C’è anche la cattiva notizia. Produrre shale oil costa di più e quindi è essenziale che i prezzi non scendano troppo. «A differenza del petrolio tradizionale gli impianti shale hanno curve di produzione che scendono molto rapidamente: nei primi due anni la produzione è alta e poi cala esponenzialmente. Quindi è un tipo di industria che ha bisogno di investire molto ogni anno, per la necessità di fare nuovi pozzi», spiega Claudio Galimberti, chief economist e global director of market analysis di Rystad Energy. «Nel Permian, (la zona a cavallo tra Texas e New Mexico ndr) il break even medio è intorno a 60 dollari. Se il Wti scende sotto i 60 dollari, i produttori con costi più alti di 60 dollari smettono immediatamente di investire e da lì in poi in pochi mesi la produzione cala. Senza contare che i ritorni sugli investimenti devono essere almeno del 20%, quindi il prezzo dovrebbe stare tra i 70 e 75 dollari al barile per assicurare una crescita di produzione. Diverso il caso dei pozzi shale già in produzione, per cui il break even è a 30 dollari in media, ma dopo 2 anni la produzione dei pozzi shale è comunque minima».


Le promesse da campagna elettorale si scontrano con la realtà. «Quando Trump parla di Drill, baby, drill dice una cosa che in questo momento negli Usa è percepita più come retorica che altro. I produttori si aspettano anzitutto una diminuzione del carico fiscale e una forte deregolamentazione per abbassare i costi. Ma il presidente per ora ha solo imposto dazi su acciaio e alluminio che stanno avendo l’effetto opposto di aumentare i costi di break even. Trump desidera avere allo stesso tempo prezzi del petrolio bassi e un aumento della produzione, ma non è possibile».


La contraddizione di Trump

Attorno a questa contraddizione si avvita l’azione del tycoon. Mentre prometteva piogge di profitti ai produttori Usa, il presidente Usa auspicava anche una discesa del petrolio fino a 50 dollari per regalare ai pick-up americani un pieno molto più economico. Due desideri che insieme fanno fatica a stare insieme. Ma che nei suoi piani potrebbero anche convivere, usando la discesa del greggio proprio per tamponare la fiammata dei prezzi legata alla nuove tariffe. «Trump sa che i dazi hanno un effetto inflattivo e prova a bilanciarlo, almeno in maniera temporanea, con il calo del petrolio», spiega Antonio Cesarano, Chief Global Strategist di Intermonte. «Alcuni pezzi dell’amministrazione Usa oltre che la stessa Fed pensano che l’impatto dei dazi sia temporaneo. Il petrolio basso può quindi servire a mitigare questo aumento dell’inflazione legato ai dazi. Superata questa fase temporanea potrà lasciare che il prezzo del petrolio risalga».



Il rischio deficit

C’è poi un ulteriore controindicazione. Tagliare fuori un pezzo dell’industria americana non rischia di fare un torto solo ai produttori. Secondo le stime di Bloomberg un calo del petrolio ai 50 dollari abbatterebbe la produzione di un milione di barili al giorno costringendo gli Usa ad importarne 750 mila barili dall’estero con un peggioramento del deficit commerciale — ossessione del presidente Usa — di 14 miliardi. E che gli Stati Uniti, pur primo produttore mondiale, avranno comunque bisogno del greggio estero lo ha capito in fretta anche Trump, esentando dai dazi le importazioni di energia. L’industria americana si regge anche sulle importazioni di greggio. Le raffinerie dell’Illinois non possono lavorare il greggio del Texas perché mancano fisicamente le infrastrutture per portare il petrolio da Sud a Nord. «Il Canada produce 6 milioni di barili al giorno, ne raffina 1,7 e tutto il resto lo esporta, per lo più negli Usa», spiega ancora Galimberti. «Quando Trump auspica che gli Stati Uniti possano processare solo il proprio greggio escludendo il Canada parla di una piano vagamente autarchico che è comunque molto complesso: servirebbero 5-10 anni per riconvertire tutta l’industria, con costi massicci».

La bilancia commerciale di petrolio negli Usa


Le ripercussioni sull’Opec

Resta poi da capire come il resto dei grandi produttori mondiali si adatterà a questi scossoni. La prima risposta, a prima vista, è stata sorprendente. Nel pieno di una tempesta dazi che proiettava la domanda mondiale in forte calo, i Paesi Opec+ hanno deciso un aumento della produzione a maggio di 411 mila barili al giorno. Contribuendo quindi a una ulteriore discesa dei prezzi. «Trump sta cercando di ridisegnare l’assetto geopolitico globale», sottolinea ancora Cesarano. «La decisione di aumentare l’offerta — conclude l’economista — ha il sapore di pressing esercitato da Trump sull’Opec+ in una specie di baratto con i paesi arabi: noi vi garantiamo l’ombrello della difesa e voi tenete basso il prezzo aumentando la produzione. Una sorta di do ut des geopolitico».

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