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Trump allenta la tensione con Pechino: “Ridurrò i dazi, ma non li porto a zero”

Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent, considerato una colomba all'interno dell'amministrazione

 

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Parziale disgelo del presidente Usa verso la Cina
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ROMA – Trump prova ad allentare la tensione con la Cina e promette di ridurre i dazi: «Il 145% è molto alto, e non sarà sempre così. Non sarà nemmeno lontanamente così alto», assicura ai giornalisti alla Casa Bianca. Chi si attende un colpo di spugna sbaglia: «Non sarà a zero». Insomma, toni più morbidi e sconti sì, senza cancellare le barriere messe su per arginare la Repubblica popolare. La svolta del presidente Usa era stata anticipata dal segretario al Tesoro Bessent, che in un incontro con gli investitori avrebbe fatto sapere che lo stallo con la Cina non è sostenibile e si aspetta una de-escalation. Le sue parole, riferite da Bloomberg, hanno fatto rimbalzare Wall Street, dove gli indici hanno chiuso con guadagni vicini al 3%. Poi è arrivata la conferma del tycoon, in una giornata segnata da altri passi avanti nelle trattative commerciali, con l’amministrazione che dice di avere sul tavolo 18 proposte da esaminare. Secondo indiscrezioni raccolte da Politico sarebbe vicino un m…

ROMA – Trump prova ad allentare la tensione con la Cina e promette di ridurre i dazi: «Il 145% è molto alto, e non sarà sempre così. Non sarà nemmeno lontanamente così alto», assicura ai giornalisti alla Casa Bianca. Chi si attende un colpo di spugna sbaglia: «Non sarà a zero». Insomma, toni più morbidi e sconti sì, senza cancellare le barriere messe su per arginare la Repubblica popolare. La svolta del presidente Usa era stata anticipata dal segretario al Tesoro Bessent, che in un incontro con gli investitori avrebbe fatto sapere che lo stallo con la Cina non è sostenibile e si aspetta una de-escalation. Le sue parole, riferite da Bloomberg, hanno fatto rimbalzare Wall Street, dove gli indici hanno chiuso con guadagni vicini al 3%. Poi è arrivata la conferma del tycoon, in una giornata segnata da altri passi avanti nelle trattative commerciali, con l’amministrazione che dice di avere sul tavolo 18 proposte da esaminare. Secondo indiscrezioni raccolte da Politico sarebbe vicino un memorandum quadro con India e Giappone. In tutto questo resta da capire se l’ultima offensiva tariffaria lanciata dagli Usa verso Pechino e le sue aziende, dazi fino al 3.521% che dovrebbero essere imposti sui pannelli solari importati da Cambogia, Thailandia, Malesia e Vietnam, sarà confermata. Negli ultimi mesi, dopo che Biden ha imposto delle tariffe sui pannelli cinesi, molte aziende del Dragone hanno delocalizzato parte della produzione oltre confine, dando ai loro prodotti passaporti diversi e aggirando così i blocchi. Ma ora il governo americano le insegue, stabilendo che i sussidi di cui godono in patria hanno valore “transnazionale”, visto che consentono loro di vendere sottocosto anche ciò che producono all’estero. L’anno scorso gli Stati Uniti hanno importato da quei Paesi celle solari per 13 miliardi di dollari, per lo più realizzate da aziende cinesi come Jinko Solar e Trina Solar.

L’indagine era stata avviata un anno fa durante la presidenza Biden, ma il risultato arriva nel bel mezzo del nuovo assalto tariffario di Trump, rafforzando l’ultimatum per tutti i Paesi terzi, vicini e lontani: Washington non tollera più che offrano al made in China una base produttiva o commerciale alternativa. Dal 2018, quando Trump avviò la prima guerra doganale contro Pechino, l’export diretto cinese verso gli Stati Uniti è sceso, però una parte ha continuato a raggiungerli triangolando dal Messico o dal Sudest asiatico. Ora quei Paesi si trovano tra l’incudine e il martello.

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