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La caduta di mister Davos e la globalizzazione incassa un altro colpo al cuore

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Il patron del World Economic Forum lascia tra scandali e indagini interne. I rituali delle montagne svizzere paiono sempre più lo specchio di un tempo che cede il passo al nuovo ordine imposto dalla Casa Bianca. Li rimpiangeremo?
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La globalizzazione sta malissimo e anche il Forum di Davos non si sente tanto bene. È un caso, ovviamente, il fatto che nel bel mezzo della battaglia sui dazi l’uomo che non solo ha fondato il World Economic Forum, ma che è in sostanza il Forum stesso, l’ottantasettenne Klaus Schwab, abbia annunciato le sue dimissioni. Lo ha fatto citando la ragguardevole età raggiunta, ma anche perché una lettera anonima - considerata evidentemente non infondata dal consiglio d’amministrazione del Wef, che ha fatto partire un’indagine interna - lo accusa di aver usato per fini personali i fondi dell’organizzazione. E già in passato erano emersi episodi di molestie e comportamenti umilianti tra i dipendenti del Wef, che avevano cominciato a incrinare l’immagine del suo padre-padrone.

La globalizzazione sta malissimo e anche il Forum di Davos non si sente tanto bene. È un caso, ovviamente, il fatto che nel bel mezzo della battaglia sui dazi l’uomo che non solo ha fondato il World Economic Forum, ma che è in sostanza il Forum stesso, l’ottantasettenne Klaus Schwab, abbia annunciato le sue dimissioni. Lo ha fatto citando la ragguardevole età raggiunta, ma anche perché una lettera anonima - considerata evidentemente non infondata dal consiglio d’amministrazione del Wef, che ha fatto partire un’indagine interna - lo accusa di aver usato per fini personali i fondi dell’organizzazione. E già in passato erano emersi episodi di molestie e comportamenti umilianti tra i dipendenti del Wef, che avevano cominciato a incrinare l’immagine del suo padre-padrone.

La giostra che vacilla

È un caso, dunque, ma assai significativo, visto che da decenni il Wef è tempio e tribuna del libero mercato; una formula che di questi tempi pare non godere più di grande successo, grazie in primo luogo all’offensiva di Donald Trump. Così, mentre Schwab cade giù da una delle giostre più colorate ed eleganti del grande luna park del potere mondiale, anche la giostra stessa rallenta e vacilla, gettando un’ombra sinistra sullo splendido paesaggio alpino che ogni anno – proprio nella cittadina svizzera di Davos – registra la massima concentrazione universale di ricchi e potenti, visto che gli invitati all’evento sono non solo politici, studiosi e banchieri centrali, ma anche i rappresentanti della grande industria - fatturato minimo 5 miliardi di euro - che sono anche i principali finanziatori dell’incontro.

Il simbolo massimo delle elités

Del resto, l’appuntamento ideato da Schwab nell’oramai lontano 1971 rappresenta da più di mezzo secolo il simbolo massimo delle elités, convinte e contente di esserlo. E oggi che trionfa un populismo, alimentato peraltro da molti degli stessi miliardari che dicono di preferire “Main Street” a “Wall Street”, le sorti dell’uomo comune a quelle del sistema economico e finanziario, il movimento ne decreta – se non il tramonto definitivo – un temporaneo declino. Il “Davos Man”, l’Uomo di Davos descritto per la prima volta nel 2004 da Samuel Huntington, noto sociologo americano, è diventato il simbolo di quella superclasse di ultra-ricchi che si incontra appunto a gennaio sulle nevi svizzere e decide per il resto del mondo. Adesso che a decidere per il resto del mondo è arrivato l’inquilino della Casa Bianca, per il quale multilateralismo e dialogo non sono più parole di moda, l’appuntamento di Davos rischia di essere superato. Due anni fa fu proprio Elon Musk, all’epoca “semplice” miliardario e innovatore e non ancora braccio destro di Trump, ad attaccare il Wef, «governo economico mondiale che il popolo non vuole e non ha mai chiesto».

Uno schiaffone sonoro, nello stile a cui poi ci ha abituato, che non arrivava da un no global contestatore, ma appunto dal massimo esponente del tecno-populismo contemporaneo. Certo, anche a Davos non mancano i dettagli che in quei giorni di gennaio sembrano trasformarlo in una succursale della famigerata reggia trumpiana di Mar-a-Lago: e dunque, jet privati che arrivano da ogni parte del globo con consumi proporzionali alla ricchezza dei loro passeggeri che saranno poi impegnati a discutere della necessità di ridurre le emissioni globali; cecchini dell’esercito svizzero in candide tute atte a mimetizzarsi nella neve; sistema di tesserini – dal capo di Stato al fattorino, passando per ogni grado intermedio – che ricorda alcune antiche civiltà rigidamente divise in caste. E, ancora, previsioni che con una certa regolarità si rivelano clamorosamente sbagliate; improvvise epifanie che lasciano scettici, come quella di Xi Jinping nel 2017 – epoca, non a caso, della prima presidenza Trump – che si fece paladino del libero mercato e della globalizzazione.

Club per capi di Stato

Ma al di là del folklore - a livelli altissimi, come del resto i prezzi di qualsiasi cosa nei giorni del Wef - nella parte meno visibile del vertice di Davos accadono cose perché i potenti si incontrano faccia a faccia e in alcuni casi si parlano senza remore. Accade al cosiddetto Igwel (Informal gathering of world leaders), che si propone appunto come una sorta di club per i capi di Stato e di governo, dove si può discutere liberamente. Fu in quella sede, ad esempio - raccontò l’allora presidente messicano Carlos Salinas - che vennero gettate le prime basi per il Nafta, l’accordo di libero scambio tra gli Usa e i suoi vicini. Sappiamo come è finita. In attesa di sapere se le accuse all’inossidabile Schwab si dimostreranno fondate o meno temiamo già che di fronte all’Uomo di Washington ci toccherà rimpiangere quello di Davos.

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