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Incubo recessione per gli Usa, i dazi affossano la crescita

(reuters)

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L’economia americana segna un -0,3% nel primo trimestre, dato peggiore da inizio 2022. Pesano l’aumento dell’import per gli accaparramenti delle aziende e i tagli federali di Musk
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NEW YORK - Dopo settimane in cui gli economisti parlavano di possibile recessione entro metà 2025 e Donald Trump li accusava di diffondere fake news, è arrivata la conferma: nel primo trimestre dell’anno l’economia degli Stati Uniti rallenta. Il dipartimento del Commercio ha comunicato che il Pil, il prodotto interno lordo - il valore di tutti i beni e servizi prodotti nell’economia - è diminuito a un tasso annuale dello 0,3 per cento, mentre gli analisti prevedevano una crescita dello 0,4. È la prima contrazione dal primo trimestre del 2022. Non è considerato ancora drammatico, ma indica una debolezza. Alla fine del 2024, sotto l’amministrazione Biden, l’economia era cresciuta del 2,4 per cento.

Dopo essersi preso in passato i meriti dei dati positivi, stav…

NEW YORK - Dopo settimane in cui gli economisti parlavano di possibile recessione entro metà 2025 e Donald Trump li accusava di diffondere fake news, è arrivata la conferma: nel primo trimestre dell’anno l’economia degli Stati Uniti rallenta. Il dipartimento del Commercio ha comunicato che il Pil, il prodotto interno lordo - il valore di tutti i beni e servizi prodotti nell’economia - è diminuito a un tasso annuale dello 0,3 per cento, mentre gli analisti prevedevano una crescita dello 0,4. È la prima contrazione dal primo trimestre del 2022. Non è considerato ancora drammatico, ma indica una debolezza. Alla fine del 2024, sotto l’amministrazione Biden, l’economia era cresciuta del 2,4 per cento.

Dopo essersi preso in passato i meriti dei dati positivi, stavolta Trump ha addossato al suo predecessore la responsabilità di quelli negativi. Ma ci sono due indizi che forniscono una prova su chi sia il vero responsabile: l’aumento dell’import, in relazione alla politica dei dazi, e la spesa pubblica, che si è ridotta per effetto della stretta di Elon Musk, regista di un drammatico taglio di fondi e posti di lavoro federali. Le importazioni sono aumentate ma quello che sembra un dato controcorrente ha una spiegazione: le aziende si sono affrettate ad anticipare la mannaia dei dazi, accelerando le importazioni che sono cresciute a un ritmo più rapido rispetto al terzo trimestre 2020, quando l’economia si stava riprendendo dopo il lockdown dovuto alla pandemia da Covid. La Casa Bianca ne aveva sottolineato la portata spiegando che era il segnale della fiducia nella politica economica del governo. In realtà il boom degli ordini era stato alimentato dalla paura dei dazi. L’import, però, viene sottratto dal calcolo del Pil, da parte del dipartimento del Commercio, perché rappresenta spese per beni e servizi prodotti all’estero. Questo significa che le importazioni non aggiungono e non sottraggono valore al prodotto interno lordo.

Il rapporto del dipartimento del Commercio ha dominato una giornata ricca di dati. Ad aprile le crescita dei posti di lavoro nel settore privato è rallentato più del previsto, mentre l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali - l’indicatore d’inflazione preferito dalla Federal Reserve, la Banca centrale americana - è risultato in linea con le aspettative. La spesa dei consumatori è cresciuta solo dell’1,8 per cento, ma nel quarto trimestre del 2024 era salito al 4 per cento.

Wall Street ha reagito inizialmente in modo negativo: tutti gli indici hanno aperto in rosso, per poi chiudere misti intorno alla parità. Il clima di incertezza non è nato ieri. Già nelle scorse settimane erano stati diffusi dati che indicavano una prospettiva commerciale altalenante dell’amministrazione Trump. Il calo della fiducia dei consumatori è un altro segnale di preoccupazione. La guerra dei dazi lanciata a tutto il mondo, e seguita da correzioni, retromarce, o - come nel caso della Cina - un’escalation fino all’imposizione del 145 per cento sulle importazioni, ha spaventato gli imprenditori, raffreddato gli investimenti e spinto i consumatori a risparmiare.

E la politica dei dazi non ha ancora fatto sentire pienamente i suoi effetti: i cargo con i prodotti cinesi, per esempio, sottoposti ai nuovi dazi, stanno arrivando solo adesso dopo una trentina di giorni di viaggio via mare. Al porto di Los Angeles, principale ingresso negli Stati Uniti dei prodotti asiatici, il calo dei container è superiore al 30%. Un crollo, sostengono gli analisti, che si farà sentire sul mercato nelle prossime settimane, porterà all’aumento dell’inflazione e al rallentamento degli affari. Lo scenario potrebbe portare altre cattive notizie a Trump con il secondo trimestre. A quel punto dare ancora la colpa a Biden potrebbe non bastare.

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