Il Nobel Shiller: “Dietrofront sui dazi auto per Borse e sondaggi, ma non ci si può fidare”
di Eugenio OccorsioIl premio Nobel Robert Shiller
ROMA – Mi piacerebbe credere che le aperture di Trump significhino che non ha totalmente divorziato dalla realtà, però non riesco a fidarmi. Il presidente si è troppe volte rivelato un menzognero di prima specie». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale e premio Nobel nel 2013, invita a non fare troppo affidamento nel presunto ammorbidimento di Donald Trump sui dazi.
Cos’è che la insospettisce, professore?
«Ma andiamo: Trump è un giocatore d’azzardo, neanche un negoziatore. Basta leggere i suoi libri tipo The Art of the Deal: bisogna essere sempre pronti alla mossa che fa paura, al rilancio imprevisto, a usare una dose di ipocrisia quando serve alla trattativa».
Però stavolta ci sono due fattori che giustificano un approccio più morbi…
ROMA – Mi piacerebbe credere che le aperture di Trump significhino che non ha totalmente divorziato dalla realtà, però non riesco a fidarmi. Il presidente si è troppe volte rivelato un menzognero di prima specie». Robert Shiller, classe 1946, economista di Yale e premio Nobel nel 2013, invita a non fare troppo affidamento nel presunto ammorbidimento di Donald Trump sui dazi.
Cos’è che la insospettisce, professore?
«Ma andiamo: Trump è un giocatore d’azzardo, neanche un negoziatore. Basta leggere i suoi libri tipo The Art of the Deal: bisogna essere sempre pronti alla mossa che fa paura, al rilancio imprevisto, a usare una dose di ipocrisia quando serve alla trattativa».
Però stavolta ci sono due fattori che giustificano un approccio più morbido: la reazione dei mercati e i sondaggi. Quale prevale?
«Entrambi. La caduta del gradimento può avere indotto i suoi ghostwriter, ammesso che Trump ne abbia, a introdurre formule populistiche per lusingare gli elettori. Non dimentichiamo che negli stessi giorni è stato anche approvato il primo budget del Trump II con ampi tagli allo Stato sociale, derivanti dalla malsana gestione di Elon Musk, e un aumento secco delle spese militari. Tutto questo rende ancora più urgente recuperare un po’ di consensi. Quanto alle contrattazioni e alle Borse, aveva ragione James Carville, il consigliere di Clinton, che oltre ad avere inventato “it’s the economy, stupid” teorizzava che i mercati sono più potenti anche degli uomini di maggior potere».
Visto che questi fattori di potenziale ripensamento esistono, perché non credere in una modifica dell’approccio?
«Guardiamo anche noi alla realtà. Il mediatore europeo Sefcovic è stato addirittura smentito dalla stessa Commissione, immagino con non poco imbarazzo, per aver ipotizzato un “buono” da 50 miliardi di acquisti, proposta peraltro già respinta da Washington. Significa che è tornato a Bruxelles senza uno straccio di impegno da nessuna delle due parti. Nel caso della Cina, malgrado le reiterate affermazioni di Trump che “un buon accordo è in vista”, la vera trattativa non è ancora cominciata. E non vedo come potrà partire, dato che i cinesi chiedono per prima cosa il ritiro, ufficiale e non solo a parole, del 145%».
Però qualche piccolo passo c’è: gli iPhone, qualcosa sull’elettronica, l’ultima sui ricambi auto messicani…
«Mi permetta solo di ricordare, a quest’ultimo proposito, che proprio nelle stesse ore è stata annunciata la creazione di una nuova zona militarizzata intorno alla frontiera di El Paso. Trump deve sempre finire uno a uno, e non sai mai quale carta a sorpresa ha in serbo. Vale su tutti i fronti, pensate alla Fed».
Ma se ha promesso di non licenziare Powell?
«Macché, state tranquilli che rimane affascinato dalla possibilità di sostituirlo con qualcuno di sua fiducia attraverso qualche escamotage, malgrado ciò sia vietato sia dalla legge istitutiva della Fed del 1913 che dalla giurisprudenza della Corte suprema (la sentenza Humphrey’s Executor vs United States del 1935, ndr)».
Tornando ai dati oggettivi, i 177mila posti creati in aprile sono una buona notizia?
«Bisogna intendersi: il conteggio riguarda assunzioni nella prima parte del mese, frutto di decisioni maturate in precedenza. Non dimenticando la tempesta scatenata dal “Liberation day” del 2 aprile, direi di attendere i prossimi dati prima di esultare. Altrimenti cadiamo anche noi del “metodo Trump”».