Il dribbling di Pechino ai dazi: merci spedite attraverso paesi terzi per sfuggire alle tariffe
dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - A fine aprile furono le autorità sudcoreane a lanciare l’allarme: “aziende cinesi stanno aumentando le spedizioni di merci destinate agli Stati Uniti verso la Corea del Sud, per poi esportarle illegalmente come prodotti sudcoreani e sfuggire così ai dazi elevati imposti dagli Usa sulle importazioni dalla Cina”. Ora gli sforzi degli esportatori cinesi per aggirare i dazi di Trump si starebbero intensificando ancora di più.
“I social media cinesi sono invasi da annunci che offrono servizi di ‘lavaggio del luogo di origine’”, scrive il Financial Times. Cioè fornire un passaporto straniero alle merci e beffare i blocchi americani, spedendo i prodotti attraverso Paesi terzi per nasconderne la vera origine. “Le leggi commerciali statunitensi richiedono che le merci subiscano una ‘trasformazione sostanziale’ in un Paese, che di solito include la lavorazione o la produzione che aggiunge un valore significativo, per poter essere considerate originarie di quel Paese ai fini tariffari…
PECHINO - A fine aprile furono le autorità sudcoreane a lanciare l’allarme: “aziende cinesi stanno aumentando le spedizioni di merci destinate agli Stati Uniti verso la Corea del Sud, per poi esportarle illegalmente come prodotti sudcoreani e sfuggire così ai dazi elevati imposti dagli Usa sulle importazioni dalla Cina”. Ora gli sforzi degli esportatori cinesi per aggirare i dazi di Trump si starebbero intensificando ancora di più.
“I social media cinesi sono invasi da annunci che offrono servizi di ‘lavaggio del luogo di origine’”, scrive il Financial Times. Cioè fornire un passaporto straniero alle merci e beffare i blocchi americani, spedendo i prodotti attraverso Paesi terzi per nasconderne la vera origine. “Le leggi commerciali statunitensi richiedono che le merci subiscano una ‘trasformazione sostanziale’ in un Paese, che di solito include la lavorazione o la produzione che aggiunge un valore significativo, per poter essere considerate originarie di quel Paese ai fini tariffari”, continua il quotidiano britannico.
“Tuttavia, annunci su piattaforme di social media come Xiaohongshu (l’Instagram cinese, ndr) offrono agli esportatori un aiuto nello spedire le merci in Paesi come la Malesia, dove verrà loro rilasciato un nuovo certificato di origine, per poi essere spedite negli Stati Uniti”. “Gli Stati Uniti hanno imposto dazi sui prodotti cinesi? Transitate attraverso la Malesia per 'trasformarli' in merci del Sud-Est asiatico!“, recita uno degli annunci. Impiegati di due società di logistica hanno raccontato al Ft di poter spedire le merci al porto di Klang in Malesia, da dove avrebbero trasferito gli articoli in container locali e cambiato le etichette e l’imballaggio.
Paesi come Vietnam e Thailandia hanno annunciato nelle scorse settimane controlli più rigidi sull'origine dei prodotti destinati agli Stati Uniti. Molte aziende cinesi hanno già costruito fabbriche proprio in Vietnam, Malesia o Thailandia per aggirare i blocchi americani, anche prima del secondo mandato di Trump e della sua nuova guerra commerciale a colpi di dazi.
Guerra commerciale che al momento, nonostante qualche timida schiarita, resta in stallo. Giovedì scorso i media statali cinesi hanno iniziato con estrema cautela a dire che non c'è “alcun male” nel tenere discussioni commerciali con gli Stati Uniti. Il giorno seguente fu il Ministero del Commercio a dire che Pechino “sta valutando” l’offerta Usa di colloqui sui dazi. Si può negoziare, “alle giuste condizioni”, senza ricatti.