Intesa Sanpaolo convitato di pietra al ballo delle banche. Si guarda verso Trieste
di Giovanni PonsNella partita a scacchi del consolidamento bancario e assicurativo italiano l’unica pedina che non è stata ancora mossa è quella di Intesa Sanpaolo. La più grande banca del Paese ha già raggiunto una dimensione tale, con l’acquisizione di Ubi finalizzata nel 2021, che le rende quasi impossibili ulteriori espansioni sul territorio italiano.
Fuori dal risiko
Per questo motivo il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, appena riconfermato per il suo quinto mandato, nelle sue uscite pubbliche ha sempre ribadito che la banca intende restare fuori dal risiko. «Con una dinamica spesso caotica e confusionaria, noi ribadiamo che da tutto questo staremo fuori, non siamo interessati in nessun modo a rimanere coinvolti in quello che sta accadendo», ha detto Messina ai microfoni di Class Cnbc non più tardi del 17 febbraio di quest’anno, dichiarandosi orgoglioso per gli 80 miliardi di capitalizzazione di mercato raggiunta dal titolo Intesa quel giorno.
La banca, dopo numerose fusioni, ha oggi cir…
Nella partita a scacchi del consolidamento bancario e assicurativo italiano l’unica pedina che non è stata ancora mossa è quella di Intesa Sanpaolo. La più grande banca del Paese ha già raggiunto una dimensione tale, con l’acquisizione di Ubi finalizzata nel 2021, che le rende quasi impossibili ulteriori espansioni sul territorio italiano.
Fuori dal risiko
Per questo motivo il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina, appena riconfermato per il suo quinto mandato, nelle sue uscite pubbliche ha sempre ribadito che la banca intende restare fuori dal risiko. «Con una dinamica spesso caotica e confusionaria, noi ribadiamo che da tutto questo staremo fuori, non siamo interessati in nessun modo a rimanere coinvolti in quello che sta accadendo», ha detto Messina ai microfoni di Class Cnbc non più tardi del 17 febbraio di quest’anno, dichiarandosi orgoglioso per gli 80 miliardi di capitalizzazione di mercato raggiunta dal titolo Intesa quel giorno.
La banca, dopo numerose fusioni, ha oggi circa il 20% in tutti i mercati del settore, vicina ai tetti Antitrust. E la gestione nei dieci anni dell’ad al vertice presenta risultati assai ragguardevoli. Li ha ricordati lo stesso Messina nel corso dell’assemblea del 29 aprile: «Da gennaio 2014 la banca è stata la prima in Europa per rendimento tra azioni e dividendi, +259%», ha ricordato il manager, «distribuendo 34 miliardi in contanti agli azionisti, compresi i frutti del bilancio 2024 appena approvato con utili per 8,7 miliardi».
L’interesse del Paese
Una banca in piena salute, dunque, e di sistema nel senso che nel suo operato tiene conto anche dell’interesse del Paese e non soltanto di quello dei propri azionisti. Non deve stupire dunque se negli ultimi mesi di grande convulsione nel sistema bancario, con sei offerte pubbliche lanciate sul mercato e intrecci di potere che hanno tenuto banco dietro le quinte, la banca sia stata oggetto di consulti ed eventuali richieste di intervento da parte di esponenti del governo Meloni, a cui Messina finora non ha ritenuto di dare seguito.
Il ceo di Intesa ha però una sensibilità particolare per ciò che sta facendo il suo diretto concorrente in Italia, e cioè l’Unicredit guidata da Andrea Orcel, che il risiko ha in qualche modo provocato. Dopo tre anni e mezzo di totale immobilismo sul fronte dell’m&a, pensando soltanto a migliorare la crescita interna, Orcel nel settembre 2024 ha rotto le acque, prima scalando la tedesca Commerzbank e poi lanciando una Ops sul 100% del capitale di Banco Bpm. Non contento, ha anche acquisito il 6,7% del capitale di Generali e nell’ultima assemblea del Leone si è schierato contro il management e con la lista Caltagirone, candidandosi a partecipare a un eventuale cambio di assetto in quel di Trieste. Mosse che sono state seguite attentamente dal quartier generale di Intesa Sanpaolo. Soprattutto per la parte che riguarda Generali, il colosso delle assicurazioni che nel 2017 fu oggetto di un tentativo di aggregazione da parte di Intesa Sanpaolo però non finalizzato.
La miccia che ha acceso gli animi
A Trieste la miccia che ha fatto accendere gli animi è stata l’annuncio da parte del ceo Philippe Donnet della joint venture con i francesi di Natixis nell’ambito dell’asset management. Il rischio, per la verità sempre escluso dal management del Leone, di vedere in futuro l’influenza di una casa francese nella gestione degli asset patrimoniali degli assicurati italiani ha fin da subito allarmato il governo, che lo ha anche detto esplicitamente. Ed è da quel dossier che ha preso corpo la successiva Ops del Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca, con l’intento non solo industriale di mettere al sicuro quel 13% di Generali custodito da molti anni nei forzieri di Piazzetta Cuccia. Ora l’ultima mossa di Alberto Nagel, ceo di Mediobanca, potrebbe essere quella che favorisce il tanto evocato riassetto di Generali con una soluzione che potrebbe essere definita “ancoraggio istituzionale”, che il governo sta promuovendo con colloqui informali dietro le quinte.
In pratica si ritiene che anche se Mps dovesse riuscire ad acquisire Mediobanca, non si può lasciare che il controllo di Generali sia esclusivo appannaggio dei due azionisti forti di Mps, cioé Caltagirone e Delfin (la finanziaria della famiglia Del Vecchio). Occorre che la cassaforte del Paese, come spesso viene definita la compagnia di Trieste, sia blindata nel suo controllo da azionisti italiani possibilmente con un rilievo istituzionale o anche pubblico. Ed è in questa logica che per il futuro controllo di Generali il governo sarebbe pronto a mobilitare la Cdp o anche la Banca d’Italia, che già in passato erano entrambe socie della compagnia.
L’inizio del riassetto
L’operazione di Nagel su Banca Generali può essere l’avvio di questo riassetto. Prevede la distribuzione del 6,5% di quel 13% sul mercato diffuso e assegna nelle mani della stessa Generali l’altro 6,5% che può essere riallocato su soci istituzionali. Tra questi soci istituzionali può rientrare a pieno titolo anche Intesa Sanpaolo. La scelta della destinazione di quel 6,5% di Generali diventa dunque la chiave di volta per il riassetto dell’intero sistema e del risiko bancario.
A chi spetta la decisione? In teoria al management di Generali, cioè a Donnet e al suo board appena rieletto. In pratica il manager francese non ha troppe vie di fuga. Se non favorisce la soluzione istituzionale l’operazione Banca Generali può essere fermata dai grandi soci privati sia a livello di assemblea di Mediobanca, dove controllano circa il 30% del capitale, sia a livello di board di Generali dove possono chiedere advisor indipendenti, paletti nel comitato parti correlate e, come extrema ratio, anche la convocazione di un’assemblea per prendere la decisione finale. Dunque le parole di Donnet e del board sulla futura destinazione di quella quota saranno determinanti per il prosieguo dell’operazione Banca Generali e per il riassetto della stessa Generali.
Le mosse di Orcel
Dal punto di vista di Intesa Sanpaolo saranno determinanti le mosse di Orcel sul Leone di Trieste. Se quella quota del 6,7% in mano a Unicredit verrà utilizzata per cercare un qualche accordo per la gestione degli asset assicurativi di Trieste, in un’ottica di sostituzione dell’accordo con Natixis, sarà un fatto che non potrà essere ignorato da Messina. Intesa è già forte nelle gestioni patrimoniali con Fideuram e ha asset in gestione per più di 1.000d miliardi. Non può perdere l’occasione di incrementare queste masse e la sua capacità di gestione attraverso un eventuale accordo con Generali che potrebbe essere favorito dal riassetto azionario in chiave istituzionale. Ma con Banca Generali che va verso Mediobanca e Unicredit che incalza a sua volta, gli accordi potrebbero non essere facili da raggiungere. Considerando anche che Orcel vuole terminare il contratto con i francesi di Amundi sulla propria rete di sportelli e che non ha ancora deciso se andare avanti con l’Ops sul Banco Bpm dopo i recenti ostacoli posti dal governo. Le prossime mosse di Orcel e Messina su Generali saranno dunque decisive per capire se il sistema riuscirà a trovare un nuovo equilibrio.