ASviS, il costo dell’inazione: Pil in picchiata del 23,8% senza la transizione energetica
di Rosaria AmatoROMA – È dedicato al “falso dilemma tra competitività e sostenibilità” il Rapporto di primavera dell’ASviS, che viene presentato oggi a Milano, in apertura del Festival dello Sviluppo sostenibile. Perché non procedere speditamente con la transizione energetica e digitale ha un costo elevatissimo, che per l’Italia si potrebbe tradurre in un calo del Pil del 23,8% da qui al 2050 rispetto allo scenario base. Al contrario, la “Net zero Transformation”, cioè una politica basata su investimenti innovativi sullo sviluppo sostenibile, che permetta all’Italia di raggiungere la neutralità carbonica al 2050, si tradurrebbe in una crescita ulteriore del Pil dell’8,4% rispetto allo scenario base.
Lo scenario base è la via al momento intrapresa dall’Italia, con un mix energetico che dipende prevalentemente da fonti fossili, e che non permetterà di raggiungere la neutralità carbonica al 2050. In più, le temperature aumenteranno di 1,9 gradi. Peggio ancora se non si interviene in alcun modo: si arriv…
ROMA – È dedicato al “falso dilemma tra competitività e sostenibilità” il Rapporto di primavera dell’ASviS, che viene presentato oggi a Milano, in apertura del Festival dello Sviluppo sostenibile. Perché non procedere speditamente con la transizione energetica e digitale ha un costo elevatissimo, che per l’Italia si potrebbe tradurre in un calo del Pil del 23,8% da qui al 2050 rispetto allo scenario base. Al contrario, la “Net zero Transformation”, cioè una politica basata su investimenti innovativi sullo sviluppo sostenibile, che permetta all’Italia di raggiungere la neutralità carbonica al 2050, si tradurrebbe in una crescita ulteriore del Pil dell’8,4% rispetto allo scenario base.
Lo scenario base è la via al momento intrapresa dall’Italia, con un mix energetico che dipende prevalentemente da fonti fossili, e che non permetterà di raggiungere la neutralità carbonica al 2050. In più, le temperature aumenteranno di 1,9 gradi. Peggio ancora se non si interviene in alcun modo: si arriverebbe a 2,3 gradi in più rispetto ai livelli preindustriali.
Gli scenari
Gli scenari, che ASviS ha costruito insieme a Oxford Economics, non vogliono essere uno spauracchio per il futuro, quanto piuttosto uno sprone per non cedere alla tentazione di rinviare, rallentare, posticipare per evitare possibili perdite per il sistema produttivo e per il Paese. E naturalmente vale anche per l’Europa, e per il mondo: “Dobbiamo accelerare la transizione, non rallentarla, e sostenerla con investimenti innovativi a tutto campo –ribadisce il direttore scientifico dell’ASviS Enrico Giovannini – perché questo produrrebbe risultati positivi per tutti i settori sia al 2035, sia al 2050, con l’ovvia eccezione dell’estrazione e della produzione di combustibili fossili”.
Ed ecco, in dettaglio, le proiezioni dell’ASviS: rispetto allo scenario di base, se si investisse efficacemente e senza indugi o rallentamenti nella transizione verde il valore aggiunto della manifattura resterebbe invariato nel 2035, ma crescerebbe del 9,3% nel 2050; quello dei servizi aumenterebbe dello 0,5% nel 2035 e del 5,9% nel 2050; quello delle costruzioni rispettivamente del 6,9% e del 18,2%; quello dell’agricoltura resterebbe stabile nel 2035, ma crescerebbe del 7,1% nel 2050; quello delle utilities crescerebbe del 13,9% nel 2035 e del 52,6% nel 2050. Al contrario, i costi dell’inazione sarebbero salatissimi: agricoltura a picco del 19,9%, servizi del 22,9%, le attività manifatturiere giù del 24,4%, le costruzioni avrebbero la peggio con una voragine del 38,9%.
"In termini aggregati, – riassume Giovannini – il comparto industriale vedrebbe il valore aggiunto aumentare dell’1,7% nel 2035 e del 14,9% nel 2050, un valore maggiore di quello che sperimenterebbe la Germania nello stesso periodo. Anche per i servizi si registrerebbe un risultato complessivamente positivo, visto che essi presentano una bassa intensità energetica, che li rende più protetti dai costi della transizione energetica e dalla debolezza della spesa dei consumatori”.
Le imprese tra azioni e dubbi
Del resto, se i sostenitori del rallentamento stanno già mettendo a segno qualche risultato, ne è un esempio l’approvazione del pacchetto “Omnibus” nella recente plenaria del Parlamento Europeo, un nutrito gruppo di imprese, anche in Italia, sono convinte della necessità della transizione, e hanno già adottato molte misure in questa direzione. Stima il rapporto che il 34,5% delle Pmi e il 73,8% delle grandi imprese sono già impegnate in attività di tutela ambientale, con risultati positivi: le aziende manifatturiere sostenibili registrano una produttività più alta del 5-8% rispetto alle altre.
Quasi il 50% delle imprese italiane ha adottato almeno una pratica di economia circolare con risultati finanziari migliori, maggiori investimenti e minore indebitamento. Il 92% delle imprese familiari e l’89% delle non familiari riconosce che integrare la sostenibilità nel business porta benefici, a partire dalla reputazione e fiducia nel brand: per questo è tra gli obiettivi prioritari dei prossimi tre anni. Tuttavia, proprio la conformazione “familiare” delle imprese italiane, ricorda il Rapporto, rende più difficile porre in atto in tempi rapidi politiche per la sostenibilità.
Troppe fonti fossili, troppi ostacoli per le rinnovabili
E del resto anche lo scenario europeo suscita più di qualche preoccupazione: l’Europa ha fortemente ridotto la dipendenza dal gas russo, ma non ha certo cancellato la dipendenza da gas e petrolio. E anche i nostri attuali fornitori di idrocarburi “non sono campioni di democrazia e tolleranza”, senza contare che neanche “il nuovo grande fornitore statunitense offre garanzie entusiasmanti, se non quelle di un prezzo e di un impatto ambientale particolarmente elevati”. Risultati: il costo dell’elettricità, sempre ancorato a quello del gas, resta un peso insostenibile per milioni di cittadini e imprese, in Europa innanzitutto, e in Italia ancora di più.
Nei confronti dell’energia solare ed eolica sussite, denuncia l’ASviS, “un’irrazionale e ben orchestrata campagna di attacco, basata su informazioni ascientifiche in merito a impatti ambientali e consumi di suolo”. Si riparla di nucleare, “puntando però su tecnologie che al momento non sono disponibili sul mercato: i piccoli reattori modulari SMR o la fusione, che è di là da venire”, ipotizzando una transizione che potrebbe essere operativa tra 15 anni.