Vavassori (Anfia): “Scendiamo in piazza per salvare l’industria”
di Diego LonghinRoberto Vavassori, presidente dell'Anfia
«Se non sono bastate 3 mila persone in strada dovremo portare a Bruxelles 30 mila persone. Alla fine sono quando si manifesta, solo quando si bloccano le strade con i trattori si viene ascoltati. Lo dico con rammarico, ma se è l’unico modo siamo pronti a farlo e ne stiamo già discutendo tra le associazioni dei diversi Paesi». Roberto Vavassori è il presidente dell’Anfia, l’associazione che raggruppa le imprese dell’indotto auto in Italia.
Vavassori, l’allarme lanciato dal presidente di Stellantis Elkann e dall’ad di Renault de Meo è reale: l’industria dell’auto in Europa rischia di sparire fra pochi anni se non ci saranno interventi decisi da parte dell’Europa e degli Stati?
«Purtroppo sì. È un allarme reale e che condivido. La Cina nel 2025 p…
«Se non sono bastate 3 mila persone in strada dovremo portare a Bruxelles 30 mila persone. Alla fine sono quando si manifesta, solo quando si bloccano le strade con i trattori si viene ascoltati. Lo dico con rammarico, ma se è l’unico modo siamo pronti a farlo e ne stiamo già discutendo tra le associazioni dei diversi Paesi». Roberto Vavassori è il presidente dell’Anfia, l’associazione che raggruppa le imprese dell’indotto auto in Italia.
Vavassori, l’allarme lanciato dal presidente di Stellantis Elkann e dall’ad di Renault de Meo è reale: l’industria dell’auto in Europa rischia di sparire fra pochi anni se non ci saranno interventi decisi da parte dell’Europa e degli Stati?
«Purtroppo sì. È un allarme reale e che condivido. La Cina nel 2025 produrrà oltre 30 milioni di veicoli. Ha una sovracapacità sia sui veicoli completi sia sui componenti. Non è solo un problema di propulsione e di transizione verso l’elettrico che mette in crisi le vendite, ma di trasformazione dell’Europa di un mercato di conquista da parte della Cina. Il rischio di desertificazione è esiziale. Per questo non possiamo che aderire all’appello di Elkann e de Meo alla Commissione europea e a tutta la Ue. Purtroppo le nostre istituzioni sono deboli in questo momento».
Perché?
«Questioni politiche, persone o partiti che non si rendono conto di quello che può davvero accadere. Ogni volta che la presidente von der Leyen cerca di fare un passo avanti c’è qualcuno che la ferma perché gli equilibri di questa Commissione sono molto delicati. Lo si capisce dalle 19 paginette del piano europeo per l’auto che, di sicuro, non è un piano. Non riesco a comprendere come la nostra classe politica non riesca a capire che l’automotive è fondamentale e non possiamo permetterci di perderla».
Cosa bisognerebbe fare?
«Un copia e incolla del paragrafo scritto da Draghi sull’auto nel piano competitività. È tutto li. E al primo posto non c’è nemmeno la neutralità tecnologica, è solo al terzo. Prima per Draghi l’industria dell’auto ha un urgente bisogno di costi energetici competitivi e di investimenti massicci in innovazione a automazione. Poi si affronta il nodo transizione, sapendo che il mercato non si condiziona con le imposizioni. E invece l’Europa preferisce mettersi la camicia di forza, così è costretta a percorrere una strada, anche se non è quella giusta».
Sulle multe ai costruttori, però, ha allentato le maglie. Non basta?
«No, è solo un palliativo. Bisogna affrontare le questioni in modo strutturale».