Milano – Alberto Nagel, numero uno di Mediobanca, è sbarcato a Fiumicino pochi minuti dopo le 9, ieri mattina, da un volo di linea Ita. La sua destinazione principale della giornata era palazzo Chigi, dove l’aspettava il capo di gabinetto Gaetano Caputi, l’unico esponente di governo ad avergli fissato un appuntamento nell’arco di qualche giorno. È il primo incontro istituzionale dopo l’annunco di lunedì 28 aprile di un’Ops su Banca Generali che prevede in pagamento le azioni Generali (13,1%) che Piazzetta Cuccia custodisce in pancia fin dai tempi di Enrico Cuccia. Un’operazione d’attacco, come l’ha definita Nagel, ma allo stesso tempo di difesa, volta a rendere non più conveniente l’Ops che il Monte dei Paschi di Siena ha lanciato a gennaio sulla stessa Mediobanca.
Le poche indiscrezioni che filtrano dall’incontro con Caputi parlano di clima cordiale e di un atteggiamento “non ostile” da parte del governo. Che ovviamente, come è solito in questi casi, si limita ad ascoltare ciò che h…
Milano – Alberto Nagel, numero uno di Mediobanca, è sbarcato a Fiumicino pochi minuti dopo le 9, ieri mattina, da un volo di linea Ita. La sua destinazione principale della giornata era palazzo Chigi, dove l’aspettava il capo di gabinetto Gaetano Caputi, l’unico esponente di governo ad avergli fissato un appuntamento nell’arco di qualche giorno. È il primo incontro istituzionale dopo l’annunco di lunedì 28 aprile di un’Ops su Banca Generali che prevede in pagamento le azioni Generali (13,1%) che Piazzetta Cuccia custodisce in pancia fin dai tempi di Enrico Cuccia. Un’operazione d’attacco, come l’ha definita Nagel, ma allo stesso tempo di difesa, volta a rendere non più conveniente l’Ops che il Monte dei Paschi di Siena ha lanciato a gennaio sulla stessa Mediobanca.
Le poche indiscrezioni che filtrano dall’incontro con Caputi parlano di clima cordiale e di un atteggiamento “non ostile” da parte del governo. Che ovviamente, come è solito in questi casi, si limita ad ascoltare ciò che ha da dire chi è venuto a presentare l’operazione. Nagel avrebbe infatti ribadito il concetto di aver imbastito un’operazione con lo scopo di accontentare tutti coloro che hanno interessi intorno a Mediobanca e Generali. Con l’acquisto di Banca Generali, infatti, verrebbe meno il legame storico che lega Piazzetta Cuccia al Leone di Trieste, lasciando nelle mani degli attuali azionisti (tra cui la Delfin della famiglia Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone che insieme detengono il 17%) e a quelli futuri il destino della compagnia.
Ma al di là degli atteggiamenti di facciata andando a scavare dietro le quinte e sentendo fonti diverse, dietro la “non ostilità” traspare un atteggiamento un po’ più freddo. Di spettatori che si mettono alla finestra per vedere se Nagel riuscirà a portare a casa i risultati che dichiara. In pratica se la dovrà giocare sul mercato, cioé nei due consessi da cui dovrà passare l’acquisto di Banca Generali, cioé l’assemblea di Mediobanca e il cda o l’assemblea di Generali. Il primo passaggio, già fissato per il 16 giugno, vede Nagel piuttosto ottimista. Agli investitori istituzionali l’integrazione tra Mediobanca e Banca Generali con la formazione del secondo polo del risparmio gestito in Italia è piaciuta molto. Tanto che il titolo Mediobanca dall’annuncio dell’operazione è cresciuto del 7,1% e ha allargato lo sconto con le azioni Mps al 9%, rendendo l’attacco di Siena più complicato e costoso da portare a termine.
Il secondo consesso in cui l’operazione di Nagel deve ricevere un via libera è il cda Generali, appena eletto su proposta di una lista presentata da Mediobanca. Ma qui il governo potrebbe metterci lo zampino, visto che l’operazione deve essere comunque notificata ai fini dell’esercizio dei poteri previsti dal Golden power. I soci Delfin e Caltagirone, infatti, vorrebbero poter decidere in assemblea se la vendita di Banca Generali, ricevendo in cambio azioni Generali, sia nell’interesse della compagnia.
Visto questo quadro d’insieme, per Nagel il modo più lineare per mettere tutte le caselle al loro posto sarebbe quello di trovare un accordo con i soci Delfin e Caltagirone con cui si fronteggia da almeno cinque anni. Per farlo dovrebbe fornire assicurazioni sul controllo futuro di Generali, in particolare su quella quota del 6,5% che tornerà a Trieste sotto forma di azioni proprie. E che sarà determinante per gli assetti azionari futuri.